Dhyana, la Contemplazione: Significato e Pratica

Dhyana

Dhyana è il nome del settimo stadio del Raja Yoga. Si tratta dell’anticamera che ti porterà alla realizzazione personale, il penultimo gradino per arrivare in cima alla scala della dottrina di Patanjali.

Significato di Dhyana

Dhyāna deriva dal sanscrito ध्यान che si traduce con “contemplazione”, “riflessione” e anche “meditazione profonda ed astratta”.

L’obiettivo di questo passaggio è quello di riuscire a creare uno scorrere ininterrotto dello stesso pensiero senza permettere ad alcuna distrazione di influenzare o interrompere questo flusso. Si tratta a tutti gli effetti di un allenamento mirato per imparare a focalizzare la mente su qualsiasi cosa, reale o astratta, materiale o immateriale, senza distrazioni o interruzioni.

Sebbene possa sembrare molto simile al sesto stadio Dharana, la differenza è molto più profonda. Essendo arrivati ad un passo dal completare il percorso di privazione della sofferenza di Patanjali, la difficoltà non può che essere proporzionata. Ma scopriamo più nel dettaglio le differenze tra Dhyāna e Dhāraṇā.

La differenza tra concentrazione e contemplazione

monaco medita

Ad un primo sguardo si potrebbe pensare che il sesto e il settimo stadio siano la stessa cosa tradotta in modi diversi.

In realtà Dhyāna è uno stato più profondo, che va oltre la semplice concentrazione. A prescindere dal soggetto della meditazione, lo scopo di questa tecnica è il raggiungimento di uno stato di contemplazione astratta da qualsiasi interferenza: tra queste interferenze troviamo ad esempio i nostri ricordi, opinioni, giudizi, esperienze, pensieri e persino l’ego. Si può quindi affermare che la contemplazione sia la naturale evoluzione della concentrazione.

Se lo scopo di Dhāraṇā era quello di utilizzare il soggetto della concentrazione come “mezzo” per estraniarsi dal mondo esterno, con Dhyāna dobbiamo lasciare fuori dalla meditazione anche noi stessi per riuscire non solo a capire la vera natura, l’essenza del soggetto della meditazione, ma anche per imparare ad estraniarci da noi stessi e valutare il mondo da un punto di vista più obiettivo, senza i pregiudizi del nostro essere.

Può sembrare semplice a parole, ma in realtà non c’è mai un momento della vita in cui riusciamo ad escludere tutti gli stimoli esterni. Possiamo escludere alcuni sensi, come la vista, il gusto e l’udito, i più abili riusciranno a chiudere fuori l’olfatto e il tatto, ma estraniarsi dalla propria mente è una cosa molto più profonda e complicata.

Come praticare Dhyana

concentrazione meditazione

Normalmente durante la meditazione si cerca di staccarsi dalle proprie emozioni e sensazioni, ma durante Dhyāna dobbiamo concentrarci su qualcosa e farne il centro della nostra esistenza.

Ma come si fa a guardare qualcosa senza essere influenzati da noi stessi? Immaginate di pensare ad una scatola: nella vostra mente, per quanto la guardiate, resterà sempre una scatola. Se avrete padroneggiato bene Dhāraṇā potrete scoprire ogni volta un dettaglio diverso, guardarla da più angolazioni, ma rimarrà sempre una scatola.

Con Dhyāna bisogna guardare alla scatola senza considerare ciò che è: tu non sai che è una scatola, non sai che è di legno, non sai come sono fatti gli intagli ai lati, non conosci il meccanismo che solleva il coperchio né cosa sia il coperchio, non sai nemmeno di che colore sia.

Tutti questi dettagli sono intrinsechi nel soggetto e la contemplazione non si occupa di guardare i dettagli della scatola perché non li conosce, non ancora.

Quando ti eserciterai nella contemplazione dovrai mettere da parte la conoscenza e riscoprire il soggetto della meditazione da zero, come se fosse la prima volta che lo vedi. Gli occhi con cui lo guarderai non sono i tuoi, ma sono occhi estraniati da tutto ciò che hai vissuto fino ad ora.

Difficoltà e importanza di Dhyana

donna medita sulla spiaggia

Questo concetto di “riscoprire” qualcosa è più facile a dirsi che a farsi.

Estraniarsi dal proprio ego vuol dire mettere da parte tutto quello che hai vissuto fino a questo momento, comprese le tue parti più intime. Durante la contemplazione esistono soltanto tre cose: la netta certezza che esisti, la tua mente libera da te stesso e il soggetto della meditazione.

Una volta che avrai padroneggiato completamente Dhyana, la tua mente sarà in grado di fondersi con l’oggetto della meditazione. Diverrai tutt’uno con esso e potrai percepire l’universo da una nuova posizione, come un essere diverso da quello che sei sempre stato. È questa l’essenza dell’imparare di nuovo a conoscere ciò su cui ci concentriamo: diventare noi stessi ciò su cui meditiamo, con lo scopo finale di fondere la nostra mente con l’universo.

Questa pratica, come spiegavo nell’introduzione, è l’anticamera per l’illuminazione, per la realizzazione personale. Ti porta verso uno stato di coscienza assoluta, seppur separata, senza sofferenze, senza desideri e quindi senza conflitti, libera da tutto eppure saldamente ancorata all’universo.

Adesso che l’essenza della contemplazione ti è un po’ più chiara, tieni a mente che non è un semplice stato meditativo: molte persone fanno questo errore e la ritengono, per quanto complessa, niente più che uno dei tanti modi per imparare a controllare sé stessi e le proprie emozioni.

Ma dopo aver analizzato nel dettaglio ogni stadio del Raja Yoga, hai potuto vedere che ogni stadio è una parte fondamentale della preparazione. Come parte di una formazione graduale e costante, la contemplazione è la chiave finale necessaria per passare all’ultimo stadio del Raja Yoga, quello della realizzazione.

Conclusione

Con la meditazione impariamo a controllare noi stessi, la nostra ansia, le posizioni del corpo, lo stato della mente, il respiro.

Dhyana, oltre a portarci più profondamente nel mondo della meditazione contemplativa, richiede una costante pratica costante per riuscire ad “annullare” non solo noi stessi ma anche le nostre concezioni intrinseche del mondo che ci circonda.

Focalizzandoci solo sull’oggetto e sullo scoprirlo nuovamente da un punto di vista astratto, universale, diventiamo consci soltanto di esistere con la mente, senza “noi stessi”, in una sorta di concentrazione astratta e profonda.

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