Il Sutra del Loto: Contenuto, Insegnamenti e Significato

sutra del loto

Il Sutra del Loto, conosciuto anche come Sutra del Loto della Buona Dottrina (Saddharmapuṇḍarīkasūtra), è uno tra i sutra più importanti del buddismo, spesso considerato il fondamento di molte scuole buddiste tra le quali il Buddhismo Mahāyāna.

Nell’articolo di oggi scopriamo il suo contenuto, il suo significato più profondo e le ragioni per cui è diventato uno dei sutra più rappresentativi dell’intera filosofia buddista.

Sutra del Loto, cos’è e quali sono le sue origini

sutra

“Sutra” (dal sanscrito सूत्र, letteralmente “filo”) è un termine che nel brahmanesimo si riferiva a quelle sacre scritture in cui erano custoditi insegnamenti e regolamenti. Ai giorni nostri potremmo definire i sutra come degli aforismi, ovvero frasi e storie che inducono a una riflessione più profonda.

Il Sutra del Loto è uno dei più sutra conosciuti nel buddismo ed è stato probabilmente scritto tra il 100 a.C. e 200 d.C.

Già ben noto in India, il sutra divenne influente quando fu tradotto in cinese da Kumarajiva nell’anno 406.

Nel VI secolo venne poi fondata la Scuola T’ien-T’ai in Cina basata sull’insegnamento esposto da questo sutra, che fu poi introdotta in Giappone e divenne la setta Tendai. A quel punto il Sutra del Loto divenne amato e conosciuto su larga scala come un .

Il Sutra è composta da ventisette capitoli nelle versioni sanscrite e tibetane, che diventano ventotto nella versione cinese. Di seguito puoi leggere un riassunto del contenuto, tradotto in parole semplici, di modo che sia comprensibile anche a chi non è affine al buddismo o non ne conosce i precetti.

Contenuto del Sutra del Loto

assemblea buddha

Il Sutra del Loto inizia, come molti altri sutra buddisti, con il Buddha seduto sul Picco dell’Avvoltoio, un’altura situata nei pressi di Rajgir, oggi nello stato del Bihar, in India.

È circondato da un vasto pubblico di monaci, monache e divinità. Sono presenti anche dei bodhisattva, ovvero persone che, pur avendo raggiunto l’illuminazione, scelgono di rinunciare provvisoriamente al nirvana e di continuare a reincarnarsi.

Il Buddha comincia esponendo il Sutra dell’Infinito Significato e poi entra in uno stato di profonda meditazione. Dalle sue sopracciglia si sprigiona un raggio di luce che illumina tutti i regni dell’est, dai cieli più alti agli inferni più bassi.

Uno dei bodhisattva tra il pubblico, Mañjuśrī, il bodhisattva della saggezza, riferisce di essere stato testimone dello stesso miracolo in un lontano passato, quando il Buddha di quell’epoca insegnò la Grande Dottrina. Egli ipotizza quindi che Śākyamuni, il Buddha dell’epoca attuale, stia per fare lo stesso.

Il Veicolo Unico

Il Buddha, a questo punto, inizia a parlare lodando la saggezza dei buddha, che descrive come superiore a quella dei discepoli e degli arhat (ovvero coloro i quali hanno raggiunto il nirvana, ma praticano solo per sé stessi al contrario dei bodhisattva). Continua dicendo che ha insegnato il dharma usando ciò che definisce “mezzi abili” (upāya) affinché gli esseri del mondo potessero superare l’attaccamento.

Rivolge questa affermazione a uno degli arhat del pubblico, anzi, il più saggio degli arhat, il monaco Śāriputra. L’affermazione del Buddha è sconcertante per Sāriputra; in quanto arhat, è “uno che non ha più nulla da imparare”. Eppure il Buddha sta lodando una saggezza oltre la sua comprensione e usando un termine – “mezzi abili” – che non aveva mai sentito prima.

In passato, il Buddha aveva insegnato tre percorsi o “veicoli”. Tuttavia, quei percorsi non erano altro che mezzi abili. In effetti c’è solo un sentiero, un solo veicolo: il veicolo unico del buddha (che in seguito verrà chiamato Grande Veicolo).

Un solo percorso

loto dorato

Il Buddha alla fine accetta di spiegare ciò che ha detto, ma prima che possa farlo cinquemila membri del pubblico si alzano e se ne vanno, un’azione senza precedenti in un testo buddista. Descrivendoli come arroganti, il Buddha annuncia che ora sta per insegnare il “vero dharma”, il saddharma, che costituisce anche la prima parola nel titolo sanscrito del sūtra.

Spiega che i buddha appaiono nel mondo per una ragione, ovvero condurre gli esseri allo stato di buddha. In passato aveva insegnato tre sentieri o “veicoli” verso il nirvana, ma quei percorsi erano mezzi abili.

Esiste in realtà soltanto il veicolo del buddha (buddhayana), ma se avesse rivelato questo unico percorso sin dall’inizio molti si sarebbero sentiti incapaci di seguirlo. Pertanto, ha ideato un metodo abile per accoglierli, insegnando un percorso più breve e più semplice, il percorso verso il nirvāṇa dell’arhat. Ora sta rivelando che c’è un solo percorso e che quel percorso è disponibile per tutti.

Le Sette Parabole

Il Sutra del Loto è famoso per le sue sette parabole (o otto in alcune versioni). Quattro saranno discusse qui di seguito.

La casa in fiamme

La prima e più famosa è la parabola della casa in fiamme nel terzo capitolo. La casa di un padre gentile prende fuoco mentre i suoi figli stanno giocando all’interno. Il padre li supplica di fuggire dalla casa, ma loro lo ignorano. Il padre a quel punto dice loro che fuori casa li aspettano tre carri: uno trainato da una pecora, uno da un cervo e uno da un bue. Questa promessa fa sì che i bambini escano di casa, dove però trovano un solo carro, trainato da un bue.

Il Buddha spiega che la casa in fiamme è saṃsāra, il regno della rinascita. Lui è il padre, e i figli sono gli esseri senzienti dell’universo, così assorbiti dal mondo da ignorarne i pericoli.

Conoscendo le predilezioni e le capacità degli esseri senzienti, il Buddha li attira verso vari percorsi per sfuggire al saṃsāra offrendo loro qualcosa che fa appello alle loro limitate aspirazioni. Tuttavia, questo è il suo metodo abile. Quando hanno intrapreso quel sentiero, o anche raggiunto la sua destinazione finale, rivela che c’è un solo sentiero e una sola meta, di gran lunga superiore a ciò che aveva insegnato prima: l’unico veicolo per diventare un buddha.

Questa rivelazione ispiratrice è seguita da una cupa descrizione del destino che attende coloro che rifiutano il Sutra del Loto e che disprezzano coloro che lo seguono. Dopo la loro morte rinasceranno all’inferno e, quando rinasceranno successivamente come esseri umani, soffriranno di ogni sorta di malattie.

La città evocata

Gli abili mezzi del Buddha sono illustrati ancora una volta con la parabola della città evocata. Qui un gruppo di viaggiatori intraprende un lungo viaggio alla ricerca di un tesoro, in compagnia di una guida. Si scoraggiano lungo la strada e decidono di tornare indietro, ma la guida dice loro che c’è una città poco più avanti.

Dopo che si sono riposati in città e hanno riacquistato la loro determinazione, la guida dice loro di aver evocato la città e che il tesoro è davanti a loro.

Qui, il Buddha è la guida e il tesoro è la “Buddità”. Se il Buddha avesse spiegato fin dall’inizio quanto è lungo il sentiero per diventare un buddha, molti non lo avrebbero cercato. Quindi ha deciso di ispirare gli esseri a cercare il nirvāṇa. Quando lo raggiungono, spiega che è un’illusione e che il vero obiettivo è ancora più avanti.

Racconti e profezie

Intessute in tutto il sutra sono quelle che potrebbero essere chiamate “strategie di legittimazione”. Il Buddha racconta numerose storie del lontano passato, che descrivono il Sutra del Loto insegnato molto tempo prima in universi lontani, davanti ai membri del pubblico antico, incluso il Buddha quando era un bodhisattva.

In tutto il sutra si trovano anche varie profezie e promesse delle glorie che attendono i devoti del Loto, anche se tale devozione assume forme semplici come recitare un singolo verso del sutra, offrire fiori al testo o semplicemente unire le mani in riverenza.

Tali inviti sono talvolta accompagnati da avvertimenti sul destino che attende coloro che non riconoscono che il Sutra del Loto, ma anche rivolti a chi lo riconoscerà. Nel capitolo dieci, ad esempio, il Buddha avverte che i devoti del Loto affronteranno scherno e disprezzo.

L’apparizione dello stūpa

Il dialogo tra il Buddha Śākyamuni e il Buddha Prabhūtaratna
Il dialogo tra il Buddha Śākyamuni e il Buddha Prabhūtaratna

Il capitolo undici contiene una delle scene più fantastiche (nel senso originale del termine) della letteratura buddista.

La struttura tradizionale che ospita le reliquie del Buddha è lo stūpa, un grande tumulo. Secondo il racconto tradizionale dei suoi ultimi giorni, il Buddha ordinò ai suoi discepoli di cremare il suo corpo e mettere i suoi resti in uno stūpa. Nel corso della storia del buddismo in India, tali reliquiari divennero sempre più elaborati, assumendo la forma della pagoda in Asia orientale e del chedi in Thailandia.

All’inizio del capitolo un enorme stūpa emerge dalla terra e fluttua nell’aria sopra l’assemblea. Si sente dal suo interno una voce che loda il Sutra del Loto. Su richiesta dei suoi discepoli il Buddha, levitando, apre la porta dello stūpa per rivelare non reliquie bensì un Buddha vivente, di nome Prabhūtaratna, il quale spiega di aver giurato molto tempo prima che dopo il suo passaggio nel nirvāṇa il suo stūpa sarebbe apparso ovunque il Sutra del Loto fosse stato insegnato. Quindi invita il Buddha a sedersi accanto a lui.

Questa immagine di due buddha seduti fianco a fianco all’interno di uno stūpa sarebbe stata ampiamente rappresentata nell’arte buddista nel corso dei secoli. Tra le rivelazioni dottrinali che questa scena suggerisce è che un Buddha non muore dopo essere passato nel nirvāṇa.

Miliardi di bodhisattva giungono ​​da altri universi per assistere allo stūpa emerso dalla terra. All’inizio del capitolo 15, si offrono volontari per rimanere in questo mondo per preservare e promuovere il Loto dopo che il Buddha sarà passato nel nirvāṇa. Il Buddha declina educatamente l’offerta, dicendo che ci sono abbastanza bodhisattva dal suo mondo per il compito.

I bodhisattva dorati

A quel punto si verifica un’altra scena straordinaria, quando miliardi di bodhisattva dorati emergono da sotto terra. Quando il bodhisattva Maitreya chiede chi sono questi bodhisattva, il Buddha spiega che sono i suoi discepoli, che ha posto sulla via della Buddità eoni fa. Maitreya è perplesso da questo perché sa che il Buddha ha raggiunto l’illuminazione solo quarant’anni fa.

È a questo punto che il Buddha fa la seconda grande rivelazione del Sutra del Loto (la prima è che c’è un solo veicolo).

La rivelazione del Buddha eterno

Nel capitolo successivo, il Buddha spiega che il mondo crede che sia nato come un principe, abbia lasciato il palazzo in cerca dell’illuminazione, abbia praticato austerità per sei anni e abbia raggiunto la Buddità vicino alla città di Gayā.

In realtà ha raggiunto la Buddità incalcolabili eoni fa e la storia della vita, così ben nota, non è che un altro caso dei suoi mezzi abili. È stato illuminato per tutto il tempo, eppure ha finto quelle azioni per ispirare il mondo. Non solo è stato illuminato molto tempo fa, il suo passaggio nel nirvāṇa non è imminente. La sua durata è incommensurabile: “Rimango per sempre senza entrare in parinirvāṇa”.

La parabola del padre medico

Ciò provoca un’altra parabola, quella del padre medico.

I figli di un medico hanno assunto un veleno che li ha fatti impazzire, tanto che si rifiutano di prendere l’antidoto che lui ha preparato. Lascia così la città e fa tornare un messaggero per dire ai suoi figli che è morto.

Lo shock della notizia li riporta alla realtà e finalmente prendono l’antidoto. Il padre poi torna a casa.

Qui, il Buddha è il padre. Se gli esseri del mondo sapessero che lui sarebbe sempre disponibile a insegnare loro il sentiero, non ci sarebbe urgenza nella loro pratica. Fingendo di passare nel nirvāṇa, il Buddha fa loro vedere che il mondo è un luogo di angoscia da cui è necessario fuggire.

In realtà, però, questo mondo è un campo di Buddha, una terra pura. Come dice il Buddha:

“La mia pura terra non viene distrutta, eppure gli uomini la vedono consumarsi nel fuoco: ansia, paura e altre sofferenze predominano ovunque. Ma coloro che praticano vie meritorie, che sono gentili, miti, onesti e retti, tutti loro mi vedranno qui, in persona, intento a predicare la Legge.”

I meriti per chi accoglie il Loto

Il resto del sutra è dedicato all’enumerazione dei molti benefici che attendono coloro che onorano il Sutra del Loto e del triste destino che attende coloro che lo disprezzano. Sebbene il sutra abbia ventotto capitoli, sembra terminare con il capitolo ventidue, quando il Buddha esorta i suoi discepoli a diffondere l’insegnamento ed essi tornano alle loro dimore. Gli studiosi ipotizzano che questo fosse il capitolo finale di una versione precedente del Loto, con gli ultimi sei capitoli che sono interpolazioni.

Ultimi capitoli

Molti di questi ultimi capitoli sembrano essere concepiti per promuovere l’adorazione dei bodhisattva menzionati nei primi capitoli.

Sebbene il capitolo venticinque sia considerato un’interpolazione, è per molti versi il capitolo più famoso del Sutra del Loto, ampiamente memorizzato e fatto circolare indipendentemente. È dedicato al più famoso bodhisattva del buddismo, Avalokiteśvara: il “Signore che guarda in basso” in sanscrito, reso come il “Percettore dei suoni del mondo” in cinese, con entrambe le versioni del nome che suggeriscono la sua compassione nel rispondere a chi ha bisogno.

Qui la salvezza che offre non è solo spirituale ma anche fisica, soccorrendo chi sta annegando, chi è assalito dai demoni, assediato dai banditi, gettato in prigione. Se una donna è senza figli, le darà un figlio. Questo bodhisattva ha il potere di apparire in qualsiasi forma. Esistono molte storie di Avalokiteśvara che si traveste per aiutare i bisognosi.

Gli insegnamenti del Sutra del Loto

buddha

Il meraviglioso insegnamento del Sutra del Loto è che tutti gli esseri viventi, che se ne rendano conto o meno, hanno la capacità di diventare illuminati. Tutti, senza eccezione, possono sbloccare la saggezza perfetta e la grande compassione che risiedono nelle profondità della vita.

Il Sutra del Loto insegna anche che la vita di un Buddha trascende il nostro modo ordinario di pensare ed è al di là della nascita e della morte.

Lo stesso Buddha Shakyamuni è in realtà il Buddha Eterno che è sempre presente nelle nostre vite, portandoci alla realizzazione della nostra innata Buddità.

La simbologia del loto

fiore di loto

Il sutra è chiamato Sutra del Loto perché il fiore di loto è ricco di simbologie nelle culture orientali. In questo caso il suo significato è duplice: da un lato simboleggia la purezza della Buddità, che sboccia nel bel mezzo delle nostre vite ordinarie proprio come il loto sboccia nell’acqua fangosa dello stagno.

Dall’altro, ogni fiore del loto produce frutti, così come ognuna delle nostre vite è basata sulla Buddità, anche quando non ne siamo consapevoli.

Conclusione

Anche chi non conosce a fondo il buddismo o non ne segue la filosofia può apprezzare gli insegnamenti del Sutra del Loto, divenuto famoso proprio per l’universalità dei precetti che raccoglie.

In sostanza, il Sutra del Loto potrebbe essere descritto come una proclamazione dell’infinito potenziale e della dignità di ogni essere umano. È una guida per liberare il nostro potenziale trasformativo e aspirare sempre a diventare la versione migliore di noi stessi.

Letture consigliate

Lezioni sul Sutra del Loto
  • Claus, Massimo (Author)

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