Kala, il secondo principio Huna: Non ci sono limiti, tutto è possibile

kala, secondo principio huna

Abbiamo cominciato questo viaggio nell’affascinante mondo dell’Huna, la via spirituale del Pacifico che, nel tempo, ha portato alla formulazione del (più noto in occidente) O’Oponopono.

In questo articolo esamineremo più in profondità il significato di Kala, il secondo principio Huna, scoprendone tutte le accezioni ed interpretazioni.

I sette pilastri dell’Huna

Abbiamo imparato che l’Huna si poggia su sette pilastri, ovvero:

  1. IKE: il mondo è come tu pensi che sia.
  2. KALA: non ci sono limiti, tutto è possibile.
  3. MAKIA: l’energia va dove si dirige l’attenzione.
  4. MANAWA: adesso è il momento del potere.
  5. ALOHA: amare è essere felici con/insieme.
  6. MANA: tutto il potere viene da dentro.
  7. PONO: l’efficacia è la misura della verità.

Abbiamo visto come ciascuno dei sette principi possa avere due o più significati nascosti, alcuni assai prossimi agli insegnamenti di certe scuole psicanalitiche – soprattutto di derivazione junghiana – mentre altri, seppur apparentemente più estremi e metafisici, sono in realtà talmente profondi e sofisticati da sovrapporsi, quasi, ad alcune delle più avanzate teorie di fisica e cosmologia.

Abbiamo, infine, intuito come su Ike, il primo dei sette pilastri, si poggi un po’ l’intera struttura concettuale dell’Huna. D’altra parte, affermare che il mondo sia come (noi) lo facciamo, significa ribaltare una prospettiva cui siamo spesso abituati.

Questa prospettiva ci vede piccoli piccoli davanti all’immensità dell’universo e attribuisce la colpa delle cose che ci capitano (spesso soprattutto quelle spiacevoli) sempre a qualcun altro o, se proprio non riusciamo a trovare un colpevole, al “destino”.

Liberarsi di queste catene è il primo, imprescindibile passo per varcare la soglia di un mondo migliore, più ricco di meraviglie e, in definitiva, più felice.

Kala, il secondo principio

tutto è possibile

Veniamo dunque al secondo dei sette principi, a Kala, che tradotto letteralmente significa slegare e, al contempo, perdonare. Kala ci insegna che non ci sono limiti, e che tutto è possibile.

Coma avvenuto in precedenza, Kala assume molteplici significati interconnessi e reciprocamente correlati. Ciò si scontra dapprima con la quotidiana e materiale esperienza umana, negando l’esistenza di qualsiasi “limite”. Proviamo allora a dare qualche applicazione pratica di Kala.

Per esempio, oggi mi piacerebbe poter uscire a correre nella natura, ma, consapevole di non essere nelle condizioni fisiche per farlo, già so che anche se ci provassi fallirei miseramente. Di conseguenza non ci provo nemmeno e me ne resto sul divano, a guardare pigramente la tv.

I limiti materiali

silenzio consapevole

Già in questo caso possiamo sperimentare il doppio livello dell’interpretazione di Kala. Il primo “limite” che incontriamo è quello materiale, cioè constatare che la nostra condizione fisica non ci consente di sottoporci a quello che valutiamo essere uno sforzo maggiore delle nostre possibilità. Qualche chilo di troppo addosso, qualche problema alle articolazioni, un po’ di fiato corto, insomma qualsiasi motivo può essere sufficiente per limitare – in quel momento – le nostre possibilità di correre per ore nel bosco come un vero fondista.

Proviamo tuttavia a ragionare su questa situazione. Essa non è, probabilmente, irreversibile. Per esempio, se non posso correre, c’è davvero qualcosa che mi impedisce anche solo di camminare? Magari per pochi minuti, oggi, e per qualche minuto in più domani.

La consapevolezza dei nostri limiti attuali può farci desistere dalle nostre intenzioni di correre oppure, come suggerito da Kala, può spronarci a trovare il modo per farlo.

Cominciamo allora con una breve passeggiata, poi la rendiamo più lunga. Inizieremo anche con accelerare il ritmo dei passi e, in breve tempo, se saremo stati costanti e positivi, ci ritroveremo a intervallare brevi corsette a una lunga camminata. Ad un certo punto scopriremo che camminare ci piace, ma che possiamo anche correre!

Inizieremo prima piano, faticosamente, ma poi in modo sempre più fluido e sciolto. Mentre corriamo i nostri primi dieci chilometri ci osserviamo e ci domandiamo: come è stato possibile?

Guardando alle nostre spalle, probabilmente anche solo qualche settimana fa sarebbe stato impensabile per noi alzarsi dal divano di prima mattina per uscire a correre nella frescura dell’alba! Cosa è cambiato?

Il nostro corpo, ovviamente. È stato lui il primo a risvegliarsi. La muscolatura ha ripreso il proprio tono, i polmoni hanno ricominciato ad assaporare l’aria e quel dolorino alla schiena sembra svanito da solo. Tutto qui?

I limiti mentali

No, niente affatto… il limite che abbiamo superato, in realtà, ciò che davvero ci impediva di andare a correre non era infatti nei nostri muscoli, ma nella nostra testa. Eravamo noi i creatori del nostro limite, privandoci della libertà di scegliere se alzarsi dal divano oppure no! Non si tratta di “forza di volontà”, quanto piuttosto di una scelta di libertà.

La forza di volontà, infatti, viene in nostro aiuto per resistere e contrapporsi a una forza che opera in senso opposto. La libertà, invece, è un’affermazione della nostra capacità di scelta non-condizionata e quindi priva di qualsiasi limite che non venga scelto consapevolmente.

Non è importante quanto diventeremo veloci o resistenti nella corsa. Sicuramente l’allenamento costante e l’uso attento dell’energia ci potrà aiutare anche in questo, ma, forse, non siamo nati per correre. L’importate sarà stato affermare – nei fatti – che quel limite che credevamo insuperabile invece non lo era. Avremo a quel punto manifestato nella realtà immanente la nostra supremazia, ci saremo divincolati del legaccio mentale prima, per poi superarne il limite che noi stessi conseguentemente manifestavamo!

E questo vale per tutte le situazioni “limitanti”… nel lavoro come nelle relazioni personali. Cambiando la nostra percezione della realtà (Ike) acquisiamo la consapevolezza che non esistono limiti insuperabili in sé (Kala). Dipende solo dall’energia che riusciamo a dedicare per sciogliere quelle memorie negative e castranti di cui siamo ricolmi, peraltro per lo più in modo inconsapevole.

Il significato nascosto di Kala

appagamento

Ma, lo abbiamo capito, ogni pensiero Huna può essere inteso a più livelli. Se l’esempio appena illustrato aderisce al livello base, intuitivo e diretto di Kala, resta da comprendere quale sia il suo significato nascosto.

In realtà, come si suol dire, spesso il luogo migliore per nascondere qualcosa è proprio sotto gli occhi di tutti. E questo è proprio quello che succede con Kala. Affermare che “tutto è possibile, non ci sono limiti” in realtà significa proprio questo. Non si tratta di un semplice, per quanto efficace, stimolo motivazionale, quanto piuttosto di una radicale affermazione di principio!

Significa, infatti, che non esistono limiti a ciò che ci è possibile fare. Questo, ovviamente, necessita di un briciolo di spiegazione.

Secondo l’Huna tutto ciò che esiste è una manifestazione della medesima energia (che per ora definiremo come Mana). Questa energia cosmica, di cui noi stessi siamo informati, costituisce il mezzo attraverso cui la nostra mente concretizza, ovvero manifesta ciò che siamo abituati a chiamare “realtà”.

Tutto il mondo materiale e tangibile non sarebbe altro che una proiezione della nostra mente. Piante, animali, pietre, montagne, mare, il cielo e tutto ciò che ci circonda (ivi comprese le altre persone) non sarebbero dunque che una nostra proiezione.

È questa una lettura della realtà e dell’universo a mio parere incredibilmente affascinante e contemporanea. Da un lato, infatti, coglie appieno la visione psicanalitica che l’occidente partorì solo molto più tardi. Dall’altro invece anticipa la comprensione dell’universo quale matrice olografica faticosamente raggiunta dalla scienza, neppure in modo indolore, solo molti secoli più tardi.

Conclusione

Pertanto, se tutto è una proiezione della nostra mente, va da sé che tutto sia possibile perché tutto dipende semplicemente da noi e dalla nostra capacità di proiettare l’energia in modo consapevole. Anche in questo caso non si tratta di una questione di volontà, né tantomeno di fede. Si tratta piuttosto di giungere a un diverso ed elevatissimo livello di consapevolezza e comprensione di se stessi e dell’universo.

A quel punto tutto diventa possibile, perché sapremo come proiettare in modo completamente consapevole il Mana, ma questo lo approfondiremo la prossima volta, quando parleremo di Makia.

Prima, osservare i rami di un albero flettersi al vento.
Poi osservarsi osservare i rami di un albero flettersi al vento.
Infine essere l’osservatore, i rami e il vento.

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