Kintsugi: La filosofia giapponese che ci insegna la resilienza

kintsugi

Il Giappone è un Paese che ha donato al mondo innumerevoli arti spesso uniche nel loro genere. Tra queste troviamo l’Ikebana, l’arte della composizione floreale, o lo Shodō, l’arte della calligrafia.

In questo articolo ci soffermiamo su un’arte che rappresenta una meravigliosa metafora del concetto di resilienza, ovvero il Kintsugi (pronuncia: chinzughi). Questa antichissima tecnica consiste nella riparazione di vasellame e stoviglie rotte tramite l’applicazione di lacche mescolate a polveri di metalli preziosi, come oro e argento, da inserire tra le crepe o plasmandoli nella forma del pezzo mancante.

Gli artigiani di Kintsugi sono rarissimi al di fuori del Giappone, in quanto il metodo utilizzato è molto più antico di quanto si potrebbe credere.

Origini del Kintsugi

tazza da tè giapponese

La parola “kintsugi” si scrive coi kanji 金継ぎ, che rispettivamente significano “oro” (金) e “aggiustare” (継ぎ). Letteralmente possiamo tradurlo con “aggiustare con l’oro” o anche “toppa dorata”. Certe volte, soprattutto in Occidente, si può incontrare anche il nome di Kintsukuroi, scritto coi kanji 金繕い e tradotto con “oro” e “riparatore” (繕い), quindi “riparatore che usa l’oro”.

Quest’arte è molto più antica di quanto si possa credere: le prime rudimentali tecniche di riparazione del vasellame giapponese risalgono al periodo Jomon, una larghissima era che spazia dal 10.000 a.C. fino al 400 a.C. Proprio durante questo periodo e proprio in Giappone si hanno i reperti del più antico vasellame del mondo, oggi custoditi nei musei a Tokyo.

Come forma d’arte iniziò ad evolversi nel XV secolo, durante il periodo Muromachi (1336 – 1573): una leggenda vuole che lo Shogun (il più alto titolo militare possibile) Ashikaga Yoshimasa, dopo che la sua tazza da tè preferita si ruppe, commissionò quindi a degli artigiani di ripararla in modo che fosse ancora utilizzabile e degna della sua carica. Per riuscire nell’impresa, gli artigiani utilizzarono della lacca naturale mescolata con polvere d’oro, ottenendo un risultato strepitoso dal punto di vista artistico e artigianale (nonché funzionale).

Il successo di questa nuova forma di artigianato prese piede molto in fretta tra le corti e i collezionisti dell’epoca: numerosi furono i casi di porcellane rotte volontariamente per fare in modo che venissero riparate tramite la tecnica del Kintsugi, alzandone il valore economico e artistico.

Ogni oggetto riparato con questa tecnica, infatti, diventa unico nel suo genere. Non sarà mai possibile rompere due pezzi in maniera identica. Il risultato finale, dopo essere stato aggiustato, sarà sempre un pezzo d’arte unico al mondo.

Tecniche

Si possono riassumere le tecniche di Kintsugi, in maniera molto semplicistica, raggruppandole in tre categorie:

  • Hibi (ひび) ovvero “crepa”, dove si riparano le semplici crepe.
  • Kake no Kintsugi Rei (欠けの金継ぎ例), ovvero “esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante”, in cui si crea il pezzo mancante su misura, realizzato interamente in lacca e oro.
  • Yobitsugi (呼び継ぎ) ovvero “invito ad aggiustare/unirsi”, dove si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale.

L’aspetto filosofico

riparazione con l'oro

Il fascino di questa tecnica di riparazione va oltre la bellezza del materiale prezioso utilizzato, sia esso oro, argento o platino.

Il Kintsugi ha infatti una forte valenza filosofica, sia per gli artigiani che eseguono la riparazione, sia per chi assiste al processo o riceve l’oggetto riparato. Riparare è una forma di terapia psicologica molto potente, poiché trasferiamo un possibile evento negativo della nostra vita sull’oggetto rotto. Una volta aggiustato, sarà come fossimo riusciti a sistemare una piccola parte di ciò che di negativo abbiamo patito. Il Kintsugi è spesso associato alla resilienza, la capacità di rialzarsi sempre dopo una caduta.

Facendo un semplice paragone, possiamo pensare alla nostra vita come ad una tazza da tè artigianale: ognuno è unico al mondo, poiché ogni artigiano ha una mano unica. Per quanto due pezzi siano simili non saranno mai completamente identici.

Eppure la nostra vita non è statica come quella di una tazza: ci muoviamo, viviamo, amiamo, odiamo, soffriamo e ci rialziamo. Ognuna di queste azioni può rinvigorire la forza della nostra tazza oppure può spezzarla, più o meno gravemente. Possiamo subire ferite fisiche ma anche (e soprattutto) ferite emotive. Ognuna incide più o meno profondamente in noi, lasciando segni che a volte ci accompagnano per tutta la vita.

L’importanza delle cicatrici

tazze di ceramica

Nonostante tutto quello che può capitarci, noi ci rimettiamo in piedi e continuiamo a vivere. Scegliamo quindi di “riparare” queste ferite, o lasciamo che sia il tempo a guarirle per noi. Ogni volta che una ferita si chiude lascia una cicatrice.

Il significato spirituale del Kintsugi sta proprio in questo aspetto: non dobbiamo nascondere le ferite che abbiamo o vergognarcene, perché se le “ripariamo” nel modo giusto, ovvero superando il trauma che ci hanno lasciato e imparando da esso, diventeranno medaglie, trofei che celebrano le battaglie a cui siamo sopravvissuti.

Come guarire da questa ferita spetta a noi: se lasceremo che si sistemi passivamente, continuando a soffrire per il dolore provocato, allora avremo una riparazione rudimentale (come quelle del periodo Jomon), ma se invece sapremo rialzarci, anche lentamente, ma con l’orgoglio dell’essere riusciti a superare il problema, allora l’opera sarà a tutti gli effetti una riparazione dorata degna dello Shogun.

Ogni ferita che ci portiamo dietro racconta chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo sopportato fino ad oggi e come ne siamo usciti. Sarà la nostra personalissima arte di Kintsugi, una splendente cicatrice dorata chiusa a regola d’arte.

La bellezza nell’impermanenza

Una visione appartenente al buddismo zen è chiamata Wabi-sabi e affonda nel Kintsugi i propri principi: questa visione esalta la bellezza dell’imperfezione e dell’effimero, ovvero “niente è eterno”. Nonostante quindi l’ineluttabilità di tutte le cose, vi è una bellezza profonda nella loro impermanenza, nel fatto che non rimarranno così come sono per sempre.

Nell’oggetto riparato si vede esaltata questa bellezza effimera poiché si ricompone in maniera sempre nuova e sempre più bella.

Questa è l’arte giapponese dell’accettare il danno: non possiamo cancellare ciò che è stato, piangere non riporterà la nostra tazza da tè com’era prima. Se però raccogliamo i cocci e ci rimbocchiamo le maniche, potremo riuscire a ripararla e a renderla ancora più bella di quanto non fosse prima: ma questo non sarà mai possibile se prima non accettiamo ciò che è stato.

Conclusione

Tutto sta a noi e a come decidiamo di affrontare i problemi della vita e trasformarli in opportunità di crescita. Dalle più grandi tragedie all’inezia più insignificante, abbiamo lo straordinario potere di rialzarci più forti di prima.

In giapponese esiste una parola molto adatta a questo concetto che però non ha una traduzione precisa in italiano: shouganai (しょうがない). Può essere utilizzata in vari modi, ma a il significato che a noi interessa è quello di accettare qualcosa che, per quanto faticoso o noioso, non possiamo evitare. Ancora una volta, accettare il “danno” per quello che è, risolverlo nel miglior modo possibile e soprattutto, accoglierlo come una preziosa lezione di vita che renderà le nostre crepe ancora più preziose.

Letture consigliate

Altri post di Marco Ossola

La Dieta dei Chakra: quali cibi assumere per bilanciare i 7 chakra

L’alimentazione spesso è un aspetto molto sottovalutato quando si parla di riequilibrare...
Continua a leggere

3 commenti

  • una filosofia molto valida e “profonda”;…….. forse perchè diventi parte di noi bisogna abbandonare schemi mentali che si sono costruiti nel tempo e che si ergono come muri…… …. d’altronde è un viaggio….. non è detto che basti una vita……

  • Articolo molto interessante, mi piacerebbe provare a praticare questa arte, avete siti da consigliare dove posso acquistare lacca e oro/argento/platino?

    • Ciao Elena, grazie mille per il tuo commento!

      Essendo il Kintsugi un’arte tradizionale giapponese, è molto difficile trovare qui in Italia un kit apposito. Esistono dei corsi che si possono seguire e anche se rari, non è impossibile. Non avendo mai praticato personalmente, con rammarico, questa disciplina, purtroppo non so indicarti cosa potrebbe servirti o dove potresti comprarlo.

      Il massimo che posso consigliarti è il sito di questa ragazza, esperta nell’arte del Kintsugi: magari lei saprà indirizzarti meglio 🙂
      https://kintsugi.chiaraarte.it/

      Buona fortuna nella tua ricerca!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *