I Koan nello Zen: Cosa sono, Storia ed Esempi di Koan

koan zen

Un koan (公案 Kōan in giapponese) è un’affermazione o domanda paradossale utilizzata nel Buddismo Zen giapponese come tecnica di meditazione per i novizi, in particolare nella scuola Rinzai.

I koan zen sono tanto enigmatici quanto affascinanti e vantano una storia millenaria. In questo articolo approfondiamo le loro origini e le caratteristiche di un koan, oltre a vedere alcuni esempi di koan famosi

Koan: cosa sono?

buddha posizione zen

In giapponese, il termine koan significa letteralmente “caso pubblico” o “annuncio pubblico”. Il termine deriva dal cinese kung-an e in origine si riferiva ad un avviso emesso da un ufficio del Governo imperiale cinese.

Il koan è una breve frase, domanda o risposta di natura paradossale o enigmatica ed è basato sugli aneddoti tramandati dai maestri dello zen.

Si tratta di una pratica di meditazione fondamentale nell’addestramento di un monaco zen, in quanto sfida l’allievo a riflettere superando le sue abituali modalità di pensiero e ragionamento.

Tradizionalmente il maestro zen affida il koan all’allievo, che deve riflettere o rispondere all’affermazione o domanda. La risposta al koan costituisce l’oggetto di meditazione dell’allievo, che lo impegnerà nella sua pratica quotidiana.

Un koan non può essere compreso o ribattuto in termini convenzionali: richiede che un allievo abbandoni la dipendenza dalle sue modalità ordinarie di comprensione per accedere al cammino verso l’illuminazione.

Un esempio caratteristico è questo famoso koan:

“Quando si battono entrambe le mani si produce un suono; qual è il suono di una sola mano che batte?”

A volte il koan è impostato in forma di domanda e risposta, ad esempio:

“Esiste una frase che non sia né giusta né sbagliata?” “Un pezzo di nuvola bianca non mostra alcun difetto.”

È naturale domandarsi perché questo tipo di pratica venga definita “caso pubblico”. Ciò che rende “pubblico” un koan è l’invito a osservare la realtà nel qui e ora.

La realtà è immediatamente disponibile per tutti nel presente, senza bisogno che sia un maestro a trasmetterla, indicarla o insegnarla.

Nella nostra esperienza di vita terrena, niente è più pubblico della realtà stessa. I koan sono semplicemente degli strumenti per svelare questa verità e aiutare la mente a liberarsi dai suoi schemi abituali, avvicinandosi all’illuminazione.

Malintesi comuni

cerchio zen

Spesso nella cultura occidentale i koan vengono erroneamente definiti come indovinelli, termine che non solo li snatura, ma evidenzia anche la nostra tendenza a cercare soluzioni tramite la concettualizzazione e la mente ordinaria.

Un koan non è un problema da risolvere, né ci richiede di arrivare ad una risposta attraverso gli schemi mentali convenzionali a cui siamo abituati. Al contrario, ci consente di capire che quegli stessi concetti non potranno mai fornirci una risposta soddisfacente.

Lo scambio tra i maestri zen e i loro apprendisti è molto più profondo del comune meccanismo problema-soluzione che il nostro sistema scolastico ci ha insegnato. Non a caso molti studiosi occidentali faticano a comprendere il senso dei koan, etichettandoli come irrazionali e affermando che remano contro l’intelletto e glorificano l’impulsività.

I koan puntano effettivamente ad andare oltre la ragione, ma non per distruggere o negare l’intelletto. Ci aiutano semplicemente a comprendere che la realtà non può essere catturata e condensata in un pensiero o una definizione ben precisa. Vedere la realtà così com’è, e non come la mente vuole plasmarla, è il vero invito del koan.

L’intelletto punta a costruire modelli della realtà, ma non la potrà mai rappresentare nella sua interezza. Tramite la natura paradossale e imperscrutabile del koan, possiamo toglierci il paraocchi e semplicemente osservare il mondo senza rincorrere risposte e definizioni prefabbricate che ci allontanano dall’illuminazione.

Storia dei koan

monaco riflette su un koan zen

Le origini dei koan sono incerte, ma possiamo affermare che sono antecedenti alla morte del maestro zen Nanyuan Huiyong (deceduto nel 930 d.C.) al quale è attribuito il primo utilizzo dei koan documentato nella storia.

La prima raccolta di koan sopravvissuta fino ai giorni nostri si trova negli scritti di Fen-yang Shan-chao (in giapponese, Funʾyōroku), ed include una serie di cento domande koan.

Fen-yang apparteneva alla scuola Rinzai (una delle tre scuole del buddismo zen) e proprio per questo l’uso dei koan è particolarmente associato alla scuola Rinzai, anche se non è esclusivo di questa – ad oggi le scuole buddiste che utilizzano questa tecnica meditativa sono le giapponesi RinzaiSambō Kyōdan, la coreana Sŏn e la vietnamita Thiên.

Sotto il successore di Fen-yang, Shih-shuang, l’artista Li-Tsu Hsu produsse Tenshō Kōtōroku, una delle cinque cronache fondamentali dello zen nell’epoca Sung, contenente molti koan.

Il monaco Yüan-wu K’o-ch’in (1036–1135) fu una figura vitale nello sviluppo del metodo koan in questo periodo, completando il Pi-yen lu (Raccolta della Roccia blu), una delle due maggiori raccolte di koan dell’epoca, contenente 100 koan selezionati e commentati dal monaco cinese.

La seconda collezione più ricca dell’epoca Sung (sempre di origine cinese) è il Wu-men kuan, una raccolta di 48 koan compilata nel 1228 dal monaco cinese Hui-k’ai (noto anche come Wu-men).

Sopravvivono ad oggi circa 1.700 koan, di cui circa 600 sono in uso.

I cinque tipi di koan della scuola Rinzai

monaco medita

Nella scuola Rinzai vengono identificati cinque tipi di koan:

  1. Hossin-kōan (法身, o kōan del dharma-kaya), per realizzare l’unità di tutto il reale;
  2. Kikan-kōan (機關, o kōan a proposito), per realizzare le differenziazioni nell’unicità;
  3. Gonsen-kōan (言詮, o kōan di chiarimento), per realizzare la comprensione profonda delle parole dell’insegnamento per superarle;
  4. Nantō-kōan (難透 o kōan difficile soluzione), per integrare una intuizione profonda all’interno di ogni singola attività quotidiana;
  5. Go-i kōan (五位, kōan dei cinque livelli), fondati sui cinque livelli di illuminazione proposti dal monaco cinese Dòngshān Liángjiè.

Alla fine della propria formazione il discepolo zen lavora in profondità con i Jūjūkinkai, una serie di koan basati sui dieci precetti fondamentali del buddismo.

I principi zen su cui si basano i koan

buddismo zen

  • La non dualità: la nostra mente è fondamentalmente dualistica. Per la mente concettuale, tutto deve essere catalogato come “questo” o “quello”, ad esempio buono o cattivo, gusto o sbagliato, amico o nemico. Questo perché la dualità ci dà un falso senso di controllo e conforto. I koan ci aprono a un territorio che trascende la dualità, mettendo in gioco la consapevolezza immediata, ovvero quella che si attiva prima che la logica possa subentrare.
  • Il non attaccamento: di vitale importanza nello zen, il principio del non attaccamento ci invita a riconoscere che i pensieri categorici (ad esempio “questo è giusto, quello è sbagliato”) confondono e complicano la nostra vita, riempiendola di aspirazioni e rifiuti. I koan agiscono su questa confusione, attirando la nostra attenzione sulle cose così come sono, scevre da giudizi e contraddizioni.
  • La consapevolezza: i koan parlano della realtà più pura, ricordandoci che non abbiamo bisogno di trovare risposte nel futuro, nel passato o nelle ipotesi. Sono un modo pratico per osservare la nostra mente e percepire la realtà così com’è nel qui e ora.

Esempi di koan

Un monaco chiese a Tung Shan: “Cos’è il Buddha?” Tung Shan disse: “Tre libbre di lino.”

Hui Neng chiese a Hui Ming: “Senza pensare al bene o al male, mostrami il tuo volto originale prima che tua madre e tuo padre nascessero.”

Un monaco chiese a Zhaozhou: “Qual è il significato della venuta di Bodhidharma da ovest?” Zhaozhou disse: “Il cipresso nel cortile.”

Un giovane si presentò davanti al maestro, e dichiarò “Vengo da te, perché cerco la liberazione.”
”Chi ti ha incatenato ?”, gli domandò il maestro.
“Nessuno” rispose il giovane.
“Allora sei già libero”, sentenziò il maestro.

Tutte le cose ritornano all’Uno, ma quest’Uno dove ritorna?

“Che cos’è lo Zen?” fu chiesto a un maestro.
E lui rispose: “Si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, ci si copre quando fa freddo e ci si sventola quando fa caldo.”

Un monaco chiese a Chao-chou: “Sono entrato proprio ora in questo monastero. Chiedo al patriarca di espormi la dottrina.” 
Chao-chou rispose: “Hai già mangiato il tuo riso bollito?”
Il monaco disse: “L’ho già mangiato.”
Chao-chou disse: “Allora va’ a lavare la ciotola.”
Il monaco ebbe un’ illuminazione.

“Sono appena giunto in questo monastero; vorrei essere istruito su come entrare nello Zen”. 
Gensha disse: “Lo senti il mormorio del ruscello?” 
“Si”, rispose il novizio. 
“Entra nello Zen da lì”, rispose il Maestro.

È come un bufalo d’acqua che passi attraverso una finestra. La sua testa, le corna, le quattro zampe passano tutte. Perché non riesce a passare anche la coda?

Bussa al cielo e ascolta il suono.

Dì una parola con la bocca chiusa.

Koan della scuola Soto

Anche se i koan sono tipici della scuola Rinzai, anche la scuola zen Soto (seppur in maniera più sporadica) ne fa uso. Di seguito sono riportati alcuni koan raccolti da Genro, un maestro di Soto Zen.

Un giorno Manjushri stava fuori dal cancello, quando il Buddha lo chiamò.
“Perché non entri?”
“Non vedo niente oltre il cancello. Perché dovrei entrare?”, risposte Manjushri.

Un monaco vide una tartaruga che camminava nel monastero di Ta-sui e chiese al maestro: “Tutti gli esseri ricoprono le proprie ossa con carne e pelle. Come mai questo essere ricopre la sua carne e la sua pelle con dell’osso?”

Ta-sui, il maestro, si tolse uno dei sandali e lo usò per coprire la tartaruga.

Fen-yang tirò fuori il suo bastone da viaggio e disse ai monaci: “chiunque comprenda questo bastone da viaggio fino in fondo può mettere fino al suo viaggio verso lo Zen.”

Un monaco chiese a Hua-yen: “Come fa una persona illuminata a tornare nel mondo dell’illusione?”. Il maestro ripose: “Uno specchio infranto non riflette mai più e il fiore caduto non torna mi più al suo vecchio ramo.”

Conclusione

I koan, con la loro natura così distante dai nostri soliti schemi mentali, ci aprono ad un mondo ancora poco esplorato e ci invitano a guardare la realtà con occhi nuovi.

Ti invito a prendere uno tra i koan riportati in questo articolo (scegli quello che maggiormente ti ispira) e farne il tuo oggetto di meditazione quotidiano, esattamente come farebbe un allievo del buddismo zen.

Rifletti sul koan senza cercare di trovare una soluzione o una risposta , semplicemente usandolo come spunto di riflessione e come ancora per la tua consapevolezza.

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