Makia, il terzo principio Huna: L’energia va dove si dirige l’attenzione

makia huna

Con Makia, ovvero il terzo dei pilastri Huna, affrontiamo un tema molto delicato.

Questo terzo concetto riguarda non solo il principale strumento di manifestazione nella realtà immanente (l’energia, o il Mana) ma coinvolge anche uno degli aspetti più intimi e sfuggenti della nostra personalità, ovvero la nostra mente e la nostra consapevolezza.

In questo articolo scopriamo più nei dettagli i molteplici significati di Makia e come possiamo applicare questo principio alle nostre vite.

Makia, la chiave dell’equilibrio interiore

donna si concentra su un vassoio contenente una candela

Mi piace iniziare con una frase di Morrnah Nalamku Simeona, una delle ultime sciamane tradizionali Huna:

Se noi possiamo accettare il fatto di essere la somma totale di tutti i nostri precedenti pensieri, emozioni, parole, opere e azioni, e che le nostre vite sono determinate positivamente o negativamente dagli archivi delle memorie del passato, allora cominceremo a comprendere come questo processo di correzione possa essere in grado di cambiare la nostra vita, le nostre famiglie e la nostra società.

Come se fosse facile, verrebbe da dire. Ma è evidente che dentro di noi si agitino anime e talvolta perfino persone diverse. Non è un fatto nuovo, e anche gli isolani del Pacifico ne avevano contezza.

Passioni, paure, aspirazioni, desideri, pensieri, emozioni e sentimenti di ogni tipo ci sballottano come una piccola imbarcazione nell’oceano. Per rimanere sulla rotta prestabilita, occorre trovare un modo per fronteggiare tutte queste forze, così tanto più grandi e potenti di noi.

Allo stesso modo, al nostro interno si assiste a uno scenario dello stesso tipo e anche noi dobbiamo cercare di raggiungere quel delicato equilibrio che si viene a creare tra le nostre componenti che, per l’Huna sono vere e proprie menti che, tutte insieme, compongono il nostro essere completo.

E questo è proprio il momento di parlarne…

Le tre menti

donna anziana in meditazione

Secondo l’Huna infatti al nostro interno albergano tre menti distinte.

I loro nomi sono Unihipili (o Ku), Uhane e Aumakua, ciascuna con caratteristiche proprie e proprie facoltà.

Unihipili è la nostra mente subconscia, ove sono contenute tutte le nostre memorie e i programmi di cui non siamo consapevoli. È quella parte di noi più facilmente suggestionabile. Reagisce alle paure e agli entusiasmi come un bambino. A tutti gli effetti, Ku è il nostro bambino interiore; fragile eppure capace di sviluppare enormi capacità, come tutti i bambini.

Uhane è la nostra mente madre, conscia e razionale, quella deputata “guidare” le pratiche di preghiera e di auto-guarigione, indirizzando in modo consapevole il nostro mana, la nostra energia. Come ogni madre è lei che organizza la casa (il nostro corpo fisico, spirituale ed energetico). È lei a preoccuparsi di sanare i conflitti interni, a decidere il menage quotidiano, cosa si può e cosa non si deve fare.

Infine c’è Aumakua, la nostra mente padre. È il nostro collegamento con Dio, con l’energia universale, il divino creatore e, in fin dei conti, con il mana di tutto il cosmo. Come ogni padre di famiglia, procaccia il cibo (energia) necessario attingendo direttamente alla riserva cosmica. È a lui che ci rivolgiamo quando, per svolgere un compito, abbiamo bisogno di ulteriore Mana o quando dobbiamo attingere alla conoscenza spirituale.

Un lavoro di squadra per direzionare l’attenzione

le tre menti makia

Ormai siamo assuefatti all’approccio multilivello dell’Huna, in cui tutto può avere un significato nascosto o, per così dire, simbolico. Anche la triade composta da Unihipili, Uhane e Aumakua non fa eccezione: queste infatti sono il simbolo della nostra “famiglia interiore”.

Una famiglia, il gruppo fondamentale nella cultura polinesiana, è considerata come e più di una squadra. Se lavora bene insieme, diventa quasi un’entità a sé stante, molto più efficace delle sue singole parti.

A questo fine proviamo a immaginare una squadra che gioca al tiro alla fune. Se i giocatori non sono coordinati tra di loro, possono anche essere fortissimi, ma saranno sempre battuti dagli avversari, magari più deboli ma più coordinati!

Ma torniamo al principio espresso da Makia (l’energia va dove si dirige l’attenzione). L’attenzione cui fa riferimento Makia non è da confondere con un atteggiamento vagamente psicotico di affannosa ricerca.

L’attenzione necessaria per direzionare l’energia non è quel modo compulsivo di spendere tempo ed energia per esaudire i nostri desideri. Tutto questo appartiene al mondo delle memorie interiori e del nostro lato emozionale.

L’attenzione necessaria per direzionare il mana è invece quella basata sul profondo accordo della nostra trinità interiore (composta dal simbolo familiare di mente padre, madre e figlio). Solo la loro coesione compatta e durevole può consentire di impiegare consapevolmente l’energia nella direzione davvero voluta e non semplicemente subita.

Ciò perché la nostra unità interiore – al pari della squadra di tiro alla fune – ha bisogno della collaborazione di tutte le parti che la compongono. Se una sola di esse non collabora, il processo fallisce o, peggio, orienta il mana in direzioni diverse e potenzialmente anche nefaste!

I ruoli delle tre menti

medicina tibetana

Aumakua, la mente padre, più lontana dalle emozioni e più vicina al flusso energetico a cui siamo correlati è, anche in virtù della sua vicinanza con il potere universale, la fonte ispiratrice della nostra consapevolezza, e la nostra porta di accesso a una infinita riserva di Mana.

Il nostro sé cosciente (Lono), è invece rappresentato da Uhane, la nostra mente madre. A lei è affidato il delicato compito di orchestrare il dialogo tra le nostre componenti. Si interfaccia tra Aumakua, più spirituale, e Unihipili, perennemente calato nel mondo delle emozioni.

Unihipili è anche il custode dei nostri ricordi. Non solo ricorda ma, come in un moderno computer, quando ricorda esegue delle routine. Queste, al pari di potenti programmi, sono capaci di incidere profondamente sul nostro agire in modo pressoché trasparente, ovvero senza che ce ne accorgiamo.

Nessuna delle tre componenti, da sola, ha il potere di dirigere il Mana e, quindi, di modificare la realtà oggettiva. Soltanto attraverso la loro unione è possibile realizzare la nostra complessiva unità, Kanaloa, il nostro sé-nucleo. Solo in questa composizione possiamo davvero dirigere la nostra completa attenzione.

Si tratta di un tipo di attenzione consapevole che non esclude alcuna delle nostre componenti, accettandole tutte e comprendendo come solo la loro unione armonica.

Quest’ultima considerazione verrà ripresa in più forme da tanti. Ad esempio ricordo un passo di Eckhart Tolle, nel famoso “Il potere di adesso”,  in cui descrive lo stato sperimentato di piena consapevolezza e distacco dalla propria mente inconscia, riferendosi al cosiddetto “pensiero involontario” o “compulsivo”.

Comprendere le nostre energie con Makia

donna di spalle guarda verso l'orizzonte

La ricerca di un equilibrio interiore è la ricerca di un dialogo aperto e gentile tra queste nostre tre entità, finalizzato alla “pulizia” di quelle memorie negative che ci conducono sulla strada del dolore che ci auto-infliggiamo inconsapevolmente. La mente conscia attiva dunque il canale di connessione con il divino attraverso la nostra mente super-conscia per agire dentro di noi, nella nostra parte più profonda, nel nostro subconscio.

Ora che questo ci è più chiaro possiamo comprendere meglio Makia, e anche altro. L’energia è lo strumento di manifestazione nella realtà immanente. L’energia (il Mana) reagisce alle sollecitazioni della nostra attenzione, ma questa, purtroppo, è molto spesso nelle mani di Ku, che la dirige sotto gli influssi delle nostre emozioni, del nostro inconscio.

Mentre noi siamo convinti di rivolgere la nostra attenzione in una certa direzione, in realtà le nostre energie sono in massima parte assorbite dalle emozioni e dalle reazioni inconsce, manifestando talvolta le nostre più profonde paure.

L’attenzione viene infatti generalmente accumunata a una sorta di pensiero fisso che tuttavia, in realtà, è quasi sempre l’effetto di una memoria pregressa, di un programma subito dall’esterno o, nella migliore delle ipotesi, è figlia della volontà parziale del nostro sé.

Così facendo, peraltro, si rischia di manifestare proprio ciò che si teme maggiormente. L’idea che desiderare intensamente qualche cosa ci porta ad ottenerla va infatti compresa a fondo, prima di provare a sperimentarla nei fatti.

Conclusione

Makia, dunque, non soltanto ci raccomanda di prestare la massima attenzione a ciò nei cui confronti si dirige la nostra attenzione (volontariamente o involontariamente), ma – soprattutto – ci suggerisce come stia nelle nostre mani (rectius menti) la possibilità di manifestare ciò che desideriamo.

Un concetto, quest’ultimo, non tanto lontano da ciò che in occidente è divenuto noto come “principio di attrazione universale” o “legge di attrazione”.

Non ci addentreremo in questo discorso. Per alcuni esso coinvolge le strane leggi che regolano il mondo delle infinite possibilità della fisica quantistica, in cui più stati possono coesistere fino al momento dell’osservazione.

Basti – per ora – rilevare come i Kahuna polinesiani (uomini medicina, sciamani e conoscitori del mondo sottile) già disponessero di una visione dell’universo che, per quanto simbolica ed evocativa, contiene principi e intuizioni avanzatissimi, come avremo modo di vedere con Manawa, che suggerisce come il momento del potere sia “adesso”.

Quando,
distrattamente,
ci abbottoniamo male la camicia,
non stiamo sbagliando;
libere dalle catene della mente,
le nostre mani ci dicono che siamo noi a essere storti!

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