Niyama: Cos’è la disciplina dello Yoga e come applicarla

niyama

Proseguiamo l’approfondimento degli otto stadi del Raja Yoga: la seconda dottrina dopo Yama (l’astensione) è quella di Niyama, ovvero la disciplina. In questo articolo esploreremo i suoi dettami e le sue origini.

Spesso Yama e Niyama vengono trattati insieme, poiché sono strettamente collegati l’uno con l’altro: difatti, anche da un punto di vista logico, non può esserci l’astensione senza una disciplina a compensare. Ma è anche vero che se il tuo obiettivo è la realizzazione in quanto essere umano non puoi permetterti fretta o superficialità. Un passo per volta arriverai alla tua meta con più conoscenza di te stesso e di ciò che stai cercando di imparare, anziché correre per arrivare alla fine. È il viaggio che conta, non la destinazione.

Cos’è Niyama

disciplina yoga

Niyama deriva dal termine sanscrito नियम, ovvero “disciplina”, “osservanza”. Al contrario di Yama, che tratta di “privazione di ciò che porta negatività”, Niyama ha un’accezione positiva in quanto le discipline che incarna sono una serie di osservazioni che hanno lo scopo di elevare alcune virtù umane.

Il secondo passo che ti viene richiesto è quindi quello di rimpiazzare i desideri e le negatività da cui ti sei astenuto tramite Yama con le discipline di Niyama. Ma quali sono esattamente queste discipline a cui dobbiamo attenerci?

Proprio come le astensioni, sono cinque ed ognuna rappresenta una specifica caratteristica a cui arrivare tramite un’applicazione costante e una riflessione profonda. Abbiamo quindi:

  • Śauca
  • Saṅtoṣa
  • Tapas
  • Svādhyāya
  • Īśvara praṇidhāna

Vediamole nel dettaglio:

Le cinque discipline di Niyama

Śauca

pulizia del corpo

La prima disciplina, Śauca, è un atto che tutti compiamo quotidianamente: la pulizia del corpo.

Il termine originale significa “purezza”, ma Patañjali fa uno specifico riferimento all’igiene personale e non a torto: come si può raggiungere la realizzazione dell’uomo e la purezza dello spirito se il corpo non è purificato? Pertanto l’attenzione all’igiene è un aspetto non da trascurare.

Patañjali non si limita a quest’indicazione: estende infatti il concetto di “purezza” non solo al corpo inteso nella sua esteriorità, ma anche al suo interno e infine alla “purezza” di pensiero. Quindi parliamo di un corpo sano con organi in buona salute e trattati nel modo corretto tramite cure, alimentazione ed esercizio fisico.

Per purezza di pensiero invece s’intende la capacità di pensare e parlare sempre con chiarezza e fluidità, senza che la mente venga influenzata da pensieri negativi come odio, rabbia e avidità, coltivandone invece la calma e la pienezza di sé tramite la meditazione.

Saṅtoṣa

modestia

La seconda disciplina di Niyama è Saṅtoṣa, la soddisfazione e l’appagamento intesi come modestia, sapersi accontentare.

A livello filosofico questa Niyama era molto discussa all’epoca di Patañjali. Essa è infatti una disciplina scontata dopo aver analizzato le astensioni, eppure come puoi essere appagato se non desideri nulla? Questo concetto di “desiderare senza volere” è infatti un paradosso filosofico ed è stato oggetto di forte dibattito tra le varie scuole di pensiero dell’epoca.

Tuttavia, tramite il dibattito e la continua applicazione alla meditazione, alle discipline e alle astensioni, la soluzione si è palesata: è possibile distinguere il “desiderio” in bisogni e ossessioni, dove i bisogni sono ciò che ci serve per sopravvivere e seguire le discipline, pertanto indispensabili, mentre le ossessioni sono ciò di cui dobbiamo liberarci tramite le astensioni.

Uno dei più famosi poemi indiani, il Mahābhārata, contiene infatti un passaggio che spiega proprio questo dilemma filosofico:

Chi è in grado di seguire il proprio sentiero di realizzazione tenendo separate la moralità, il desiderio e il profitto, sarà in grado di ottenere grandi gioie e successo.

Da questa lezione puoi imparare a rinunciare a ciò che non hai tramite un costante apprezzamento della tua vita attuale, in modo da poter essere sempre attivo e dinamico sia nello spirito che nel pensiero.

Tapas

rinascita spirituale

La terza disciplina di Niyama, ovvero Tapas, è un concetto più antico dello stesso Raja Yoga.

Originariamente questo termine rappresentava la rinascita spirituale dell’individuo tramite la meditazione e l’autorealizzazione. Nella società moderna può invece assumere diversi significati, come purificazione, autocontrollo e semplicità.

Questa disciplina infatti è un’applicazione costante che serve a liberarci degli impulsi indomabili all’interno della mente e dello spirito. È la purificazione che avviene dentro di noi nel momento in cui meditiamo.

Il principio è lo stesso che si applica per purificare tramite il calore: pensa all’acqua calda che lava via lo sporco, o alla lavorazione dei metalli che vengono privati delle impurità tramite il riscaldamento estremo. Tramite la tua energia spirituale puoi purificarti da questi impulsi, correggere ciò che mangi, aggiustare i movimenti che fai durante il giorno o calmare la mente durante la pratica meditativa. Queste semplici opere di autocontrollo sono esse stesse Tapas e servono non solo a cambiare gli stati negativi del tuo corpo, ma anche a donarti ulteriore energia per raggiungere la realizzazione.

Svādhyāya

introspezione

La penultima delle cinque discipline è Svādhyāya, un termine complesso che fortunatamente noi possiamo descrivere con una sola parola: introspezione.

Lo studio di sé stessi, l’analisi della propria coscienza, tutte queste arti possono essere considerate Svādhyāya. “Conosci te stesso e conoscerai l’universo” è un antichissimo insegnamento che possiamo definire l’incarnazione di questa disciplina: il tuo vero “te stesso” è nascosto sotto tutte le abitudini che ti sei costruito giorno dopo giorno da quando sei nato.

Studiandoti attentamente, un poco alla volta, sarai in grado di distinguere il tuo vero Io da quelle che sono abitudini costruite. Una volta che l’avrai tirato fuori, ti sarà molto più semplice non solo convivere con te stesso ma anche sfruttare appieno le tue potenzialità.

Īśvara praṇidhāna

guarigione

Īśvara praṇidhāna è l’ultima delle discipline di Niyama e può essere definita come illuminazione.

Lo scopo ultimo delle discipline e delle astensioni è la liberazione dai desideri a favore delle virtù, e tra quei desideri da abbandonare c’è anche il tuo ego.

La traduzione letterale di questa disciplina infatti è “rimettersi a Īśvara”, ovvero a Dio inteso come tutto il creato: la realizzazione dell’uomo altro non è che la comunione col tutto, perché nel momento in cui possiamo guardare con gli occhi dell’Universo, saremo in grado di acquisire una prospettiva del tutto nuova.

Un paragone estremamente semplicistico è un alveare all’opera: possiamo osservarlo ed essere consci di tutto quello che le api stanno facendo e perché. Immagina di fare la stessa cosa con l’essere umano. Guardare al quadro più ampio, come a voler inquadrare la Terra dallo spazio e infine osservare l’interno universo dagli occhi di un dio. Bisogna esercitarsi tutti i giorni a guardare e percepire la vita da al di fuori del nostro corpo, solo così potremo osservare con gli occhi del tutto.

Conclusione

Yama e Niyama sono due aspetti della stessa medaglia: da un lato, la privazione di ciò che ti danneggia e ti impedisce di apprezzare la vita che hai; dall’altro una serie di compensazioni benefiche su ciò che è giusto, sulla purezza e sull’introspezione.

Niyama non dovrebbe essere qualcosa di limitato al Raja Yoga e a chi segue queste pratiche, bensì un comportamento di più ampio spettro per far sì che tutti possano imparare a beneficiare della semplicità e della grandezza nascosta delle piccole cose. Perché se ognuno sapesse apprezzare ciò che ha anziché desiderare sempre di più, senza dubbio questo renderebbe il mondo un posto migliore.

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