Registri Akashici: Cosa sono, significato e come accedervi

Registri Akashici

Accolgo con grande piacere la possibilità di parlare dei Registri Akashici, di cosa siano per la tradizione, di cosa non siano e di come vengano declinati (purtroppo) ai nostri giorni.

In questo articolo parlerò anche di quale possa essere una loro visione più “al passo coi tempi”, ovvero informata dell’idea che oggi abbiamo sulla vera natura dello spazio e della materia.

Mi corre tuttavia l’obbligo di un avviso preliminare: attorno ai registri akashici, oltre a un po’ di legittima confusione, aleggia un certo mistero, fomentato da chi li sfrutta a fini tutt’altro che spirituali e meramente venali.

Ciò ha portato non soltanto a un dilagare di testi e scritti su come accedere (e su quanto costi!) ai registri akashici, ma anche una certa disinformazione sull’argomento – argomento su cui, va osservato, le fonti dirette sono assai esigue.

Bene, cominciamo dall’inizio e partiamo dalle origini ovvero cosa significhi il termine Akasha.

Origini e significato dei Registri Akashici

registro vite passate

Akasha è il termine sanscrito per indicare l’etere. Nell’Induismo il termine è utilizzato per indicare l’essenza base di tutte le cose del mondo materiale, l’elemento più piccolo creato dal mondo astrale. La qualità dell’Etere o Spazio è la capacità di far esistere tutte le cose al suo interno e in hindi il significato di Akasha è “cielo”.

È con l’avvento della Teosofia che il termine, anche grazie a Rudolf Steiner (massone, esoterista e fondatore dell’Antroposofia), iniziò a circolare in occidente. Esso è strettamente legato alla nozione karmica dell’universo.

Secondo Steiner l’essenza di akasha, cioè la sua capacità di contenere tutto al proprio interno, faceva sì che si potesse immaginare la presenza di una sorta di inventario cosmico e universale, denominato “cronache di Akasha”, ove consultare tutto ciò che era già successo.

Da qui l’idea che accedere alle cronache di Akasha significa poter aver accesso alle informazioni su passato, presente e futuro di qualsiasi cosa o persona.

Accedere ai Registri Akashici: sfatiamo il mito

Accedere alle cronache (più tardi definite “registri akashici”) non è tuttavia una pratica tradizionale induista. L’idea stessa di consultare un’enorme biblioteca – come spesso viene rappresentata – ove cercare letteralmente il libro della nostra esistenza, è intrinsecamente occidentale, pragmatista e molto lontana dalla visione spirituale originaria.

Personalmente i primi dubbi sulla questione mi sono venuti quando alcuni operatori olistici – certamente in buona fede – riferivano di affidarsi ad esseri luminosi per avere l’autorizzazione ad accedervi. Altri parlano di angeli, altri ancora di “antichi maestri” e chi più ne ha più ne metta.

Come dirò in conclusione, a mio modestissimo parere, qualunque strumento si impieghi per raggiungere il giusto stato di concentrazione e consapevolezza può essere corretto in quanto efficace. Per contro, affermare la correttezza di una tecnica a discapito di un’altra non può essere condivisibile, e vedremo perché.

La nozione di un patrimonio informativo universale è stata poi ripresa da altri. In effetti, a conti fatti, l’ipotesi di una coscienza universale non è tanto lontana dall’idea dell’akasha. Tuttavia ciò che spesso attira sull’argomento è la possibilità di “leggere” ciò che di noi è già stato, così riferendosi alle esperienze di vite passate.

Ebbene, nell’ambito della visione spirituale delle origini, l’idea che akasha possa contenere tutte le informazioni sulle vite trascorse non è incompatibile con il resto della dottrina induista, seppur mai esplicitato in questi termini.

C’è però una intrigante possibilità, offerta dalla visione dell’universo introdotta, parecchio tempo dopo, da un certo David Bohm.

La teoria dell’universo olografico

universo olografico

Bohm, scienziato davvero illuminato, è stato tra i primissimi ad avvicinarsi allo studio della materia e del cosmo con un approccio olistico, intravedendo alcune grandi verità della natura delle cose.

Tra queste l'”ordine implicito” o “implicato” e, per quello che ora ci interessa più da vicino, la teoria dell’universo olografico. Cosa intendeva per universo olografico?

Per comprenderlo dobbiamo prima di tutto chiarirci su cosa sia un ologramma. Tutti li abbiamo visti, dal vivo o in tv, ma spesso non ne cogliamo l’esatta portata, confondendoli con semplici effetti grafici o giochi di luci.

La vera essenza di un ologramma

Ologramma deriva dal termine generale “olografia”, che ricorda da vicino la simile fotografia.

Entrambi sono termini composti da due parole greche, una delle quali è in comune, ovvero graphos, scrivere. Ma, mentre fotografia può essere traducibile come “scrivere con la luce”, olografia è composta, oltre che da graphos, dalla parola greca olos, termine che a tutti gli operatori olistici dovrebbe essere ben noto.

Olos è traducibile con “tutto, intero, completo in ogni sua parte”. Ecco che olografia, parallelamente alla fotografia, è la tecnica per descrivere qualcosa nella sua interezza.

Ciò significa, banalmente, che mentre una fotografia può rappresentare solo ciò che si trova davanti all’obiettivo, un ologramma descrive un oggetto in ogni sua parte. Questo è ciò che gli consente di essere osservabile da ogni prospettiva, mantenendo sempre le giuste proporzioni.

Questo perché l’ologramma riproduce un oggetto nella sua globalità, non per come i raggi di luce si sono riflessi sulla superficie colta da un obiettivo fotografico. Ci sembra di aver capito appieno?

La differenza tra ologramma e fotografia

fotografia

Bene, facciamo un esempio: immaginiamo di poter stringere in una mano la fotografia di una bellissima rosa rossa e, nell’altra, l’ologramma della medesima rosa.

Immaginiamo di tagliuzzare la fotografia in mille frammenti della dimensione di un coriandolo. Poi mescoliamo i coriandoli ottenuti e prendiamone uno a caso: cosa ci racconta quel coriandolo, ovvero, che tipo di informazioni ci dà sull’immagine nella sua interezza?

Purtroppo osservando il coriandolo vedremo a malapena uno o due colori, senza poter scorgere nulla dell’immagine complessiva e quindi senza comprendere che si tratta di un frammento di una rosa.

E se potessimo fare la stessa cosa con l’ologramma? Cosa succederebbe?

Ebbene, se fosse tecnicamente possibile ridurre l’ologramma in tanti coriandoli di luce scopriremmo che ciascun mini-ologramma è una rappresentazione integrale della rosa che componeva.

Spieghiamoci meglio: ogni porzione dell’ologramma, per quanto minuscola, ha la capacità di descrivere l’intera immagine rappresentata. È una caratteristica intrinseca della tecnica di acquisizione delle informazioni impiegata nell’olografia e i mini-ologrammi, per quanto possano perdere di dettaglio, riescono comunque a fornire una sua rappresentazione complessiva.

Bene, ma tutto questo cosa c’entra con Bohm, con l’universo olografico e, soprattutto, con gli akasha?

Ripensare il concetto di universo

Secondo la nozione di “universo olografico”, introdotta tra i primi da Bohm e poi sempre più diffusa, tutto l’universo non sarebbe altro che la rappresentazione di sé stesso in forma olografica; una sorta di enorme disco colmo di informazioni.

Va osservato che, accedendo a questa nozione, vengono a “cadere” tutta un’altra serie di principi che generalmente diamo per assodati, immutabili e la cui presenza è talmente ovvia e certa da diventare scontata. Mi riferisco al concetto di spazio e di tempo.

La fisica einsteniana ci insegna come essi siano talmente interconnessi da costituire un unicum, il sistema spazio-temporale appunto. Ne consegue che, laddove anche solo uno dei due venisse a mancare, pure l’altro perderebbe di significato.

Pensiamo a questo: il tempo deriva la propria funzione fondamentalmente per distinguere un “prima” da un “dopo”. Ciò vale tanto nella percezione del meccanismo di causa-effetto (l’azione che produce una reazione), quanto nella misurazione della distanza tra due punti nello spazio (misurando la distanza tra A e B il tempo impiegato definisce la velocità con cui ci si è spostati).

Tuttavia, la fisica quantistica ci ha già mostrato come causa ed effetto tendano a confondersi al livello primigenio della materia.

Nel suo fondamento più profondo l’effetto pare prodursi contemporaneamente alla causa, se non prima di essa – un po’ come avvertire dolore al piede prima che il martello ci cada dalle mani, o arrivare in ufficio prima di essere usciti da casa. Lo so, sembra impossibile ma è solo contro-intuitivo. A livello subatomico tempo e spazio cessano di avere significato, o almeno ne assumono uno molto diverso da quello cui siamo abituati.

E questo dove ci porta, nella nostra piccola esplorazione del regno akashico? Ancora un attimo di pazienza…

Un universo di informazioni

Abbiamo detto come tutto l’universo possa essere assunto in forma olografica, e abbiamo aggiunto come, stante la natura stessa della materia, possa contenere in sé tutto ciò che è stato, è e sarà. Ci troviamo insomma di fronte ad un universo fatto di infiniti fotogrammi, ognuno dei quali rappresenta un singolo istante di ciascuno di noi.

L’ordine logico di questi fotogrammi dipende dalla posizione dell’osservatore, ed ecco che noi – abitudinariamente – ci appoggiamo al “tempo”, trovando logicità e sequenzialità (ordine esplicato di Bohm) laddove in realtà lavorano in modo sotterraneo regole e sistemi a noi sconosciuti e plausibilmente incomprensibili.

Già sento levarsi le proteste e le domande di qualcuno: ma se tutto è già presente allora che fine fa il mio libero arbitrio? È una legittima osservazione, e arriveremo a parlare anche di quello, tuttavia per il momento concentriamo la nostra attenzione sul fatto che siamo arrivati a immaginare un universo composto da infinite informazioni contenenti semplicemente tutto.

Se potessimo “vedere” il contenuto di quest’universo come un osservatore distaccato, potremmo accedere ad un patrimonio informativo pressoché infinito!

Ecco in cosa – modernamente – possono consistere le “cronache di Akasha” di Steiner: un enorme serbatoio di informazioni alla portata di tutti coloro che riescono ad accedervi.

Già, accedervi, e come si fa?
Rispondere a questa domanda è un po’ come rispondere a chi vi domandi come si possa “aprire“ Ajina, il sesto chakra, cioè il nostro terzo occhio.

La chiave per accedere ai registri

concentrazione meditazione

Attivare simili facoltà, analogamente al raggiungimento di una buona padronanza delle tecniche di meditazione, richiede fondamentalmente due elementi: costante dedizione al sistema prescelto e profondissima convinzione in esso. Non è possibile infatti disgiungere il raggiungimento di un obiettivo di tale portata dalla necessità di condividere sino in fondo un modello spirituale o filosofico. Ciò vale per ogni disciplina che intenda portarci oltre quello che consideriamo il nostro limite.

Un po’ come a quello studente, giunto alla cima di un albero, a cui il maestro chiese di salire un metro più su; certo gamba e braccia non gli sarebbero servite…

Che quel balzo dipenda dalla fede, dall’illuminazione o dal raggiungimento di un diverso livello di consapevolezza poco importa. Ciò che invece è fondamentale è che tanto l’allievo quanto il maestro condividano profondamente il sistema spirituale o filosofico preso come riferimento.

Senza una compenetrazione assoluta rimarrà sempre il seme del dubbio e il dubbio riporterà inevitabilmente la nostra coscienza a guardare dentro di sé, verso il proprio ego, privandoci della possibilità di salire quel metro oltre la cima dell’albero.

È un lavoro lungo e progressivo, evidentemente, ma senza di esso a poco può servire invocare forze oscure o esotiche…

Gli strumenti

Nell’esperienza personale, la connessione con il terzo occhio, unitamente alla concentrazione e alla capacità di distacco dal pensiero egoistico e cosciente è fondamentale. Questo perché – per chi scrive – Ajina simboleggia il punto di contatto con il piano spirituale, posto al di là dell’esperienza sensoriale.

Quindi nessuna critica può essere mossa a chi invochi qualsivoglia entità spirituale, se ciò è necessario per raggiungere quello stadio di consapevolezza. Se tuttavia questo percorso è solo strumentale e non profondamente condiviso, allora ci troviamo di fronte ad auto-suggestione, nella migliore delle ipotesi.

In questo senso, la simbologia cui vogliamo ispirarci per trovare la giusta concentrazione per compiere tale passo e per sostenere la nostra coscienza diventa del tutto ininfluente…

Non è un caso, d’altra parte, se da più parti è venuta la conferma del valore intrinseco dei simboli, come dei numeri; essi infatti comunicano al nostro cervello ad un livello più sofisticato di quanto ci appaia. Basti pensare all’idea junghiana sui simboli collettivi, o all’impiego in ogni visione spirituale a simbolismi spesso assonanti se non sovrapponibili; ma questo è un altro discorso…

Torniamo piuttosto al discorso cui abbiamo fatto cenno poc’anzi, ovvero al rapporto tra libero arbitrio, aksha e universo olografico.

Perché il karma? Abbiamo detto che nella nozione di universo olografico tutto il passato, presente e futuro è compresente sullo stesso piano. Questo parrebbe contraddire un (bel) po’ l’idea diffusasi del karma, ovvero di una sorta di “destino” prescritto, come un sentiero che le nostre azioni passate hanno segnato per noi. Ciò, tra l’altro, trova qualche punto di caduta sull’idea di essere liberi di tracciare il nostro cammino, l’idea del “libero arbitrio”.

Per capire davvero quale sia la relazione tra il nostro libero arbitrio e la nozione universo olografico ci torna utile riflettere qualche istante sul concetto di karma.

Il concetto di karma

Il Karma è oggi considerato per lo più in un’accezione passiva (è il mio karma, si dice, quasi a contrassegnare un destino già scritto), in realtà ha una valenza del tutto opposta, essendo la concretizzazione materiale del principio di azione e reazione (ne abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo).

È evidente che in una logica dominata dai cicli di reincarnazione, i nodi karmici delle vite passate, ovvero quelle situazioni interiori o esteriorizzate che hanno arrecato dolore a noi stessi o ad altri senza essere risolte “in vita”, si ripropongano nella quotidianità vissuta. Come? In modo inconsapevole, come blocchi emotivi, comportamenti ricorrenti, spesso autodistruttivi, circoli viziosi, incapacità di cambiare, senso di inadeguatezza e inappagamento.

Ci si domanda, spesso, “perché continuo a fare questa cosa, vivere questa situazione anche se già so che ne soffrirò?”; rilevare una discrasia è il primo passo, fondamentale, che opera la nostra coscienza. Il secondo passo è intraprendere una via di soluzione.

Prima di dedicarsi alla psicoterapia, assolutamente funzionale, può essere utile indagare il nostro Io più remoto e profondo, alla ricerca di quei nodi in parte irrisolti e oggi ancora limitanti.

È bene comprendere che l’individuazione di simili situazioni, di per sé, non ne causa la risoluzione. È sempre necessario l’intervento personale per innescare quel fondamentale meccanismo di azione e reazione: questo è il karma vissuto. Non un destino immutabile, anzi, una via costellata di molteplici segnali stradali che, tuttavia, sta a noi decidere come e quando seguire!

Ed è proprio qui che entra in gioco la connessione con l’idea di universo olografico: questa infatti ci insegna che su un diverso piano esistenziale tutte le nostre vite (o meglio tutte le vite di tutto ciò che è in quell’universo) coesistono in uno stato di dinamica separazione e collegamento.

Il libero arbitrio

Ma torniamo a noi; se tutto è con-presente, a che servono le nostre scelte? È una vecchia questione, che molte religioni hanno dovuto affrontare e riguarda il tema del libero arbitrio.

In realtà è tutto il contrario: la fisica di quanti prima, la teoria delle stringhe poi, la concezione dell’universo olografico e dei multiversi infine ci spingono in una direzione molto, molto più … possibilista!

La prima ci ha stupito mostrandoci come sia possibile che ogni singola particella (di cui tutti siamo composti) si trovi in due diversi stati contemporaneamente.

La seconda che non esiste differenza tra materia ed energia e che tutto, alla fine, è riducibile a quest’ultima, declinata in una limitata serie di stringhe.

Il terzo ci ha offerto la possibilità che il cosmo e l’universo stesso siano nient’altro che la rappresentazione olografica di sé stesso.

L’insieme di queste scoperte consegna infine nelle nostre mani una realtà estremamente più complessa di quando potessimo immaginare, in cui spazio e tempo non esistono, in cui tutto è già compresente ma, al tempo stesso, in cui esistono infinite possibilità, ovvero ove nulla è già predeterminato ma la nostra coscienza può dirigere in nostri passi tanto più liberamente quanto più elevata è la nostra consapevolezza.

La comprensione dei nostri nodi karmici, allora, ci aiuta a sostenere le nostre scelte e a trasformare il nostro presente attuale mutando così anche il nostro futuro. In fondo tutto è nelle nostre mani ma, come sempre, per cambiare le cose è necessario agire!

Conclusione

accedere ai registri Akashici

Per fare tutto questo il ricorso ad una lettura dei registri akashici può essere di grande aiuto. Ad esempio, già la corretta individuazione delle domande da porre all’operatore ci potrà dire qualcosa di più dei nostri interessi più profondi.

Le eventuali esperienze di vite già vissute possono poi offrirci una chiave di lettura più solida di eventuali blocchi emotivi o loop psicologici che ripetiamo da tempo. Starà poi a noi interrompere questi cicli e riprendere in mano il nostro destino.

L’idea che tutto è scritto, in fondo, è compatibile con la visione olografica dei multiversi, ma ciò non toglie che sta a ciascuno di noi percorrere il cammino che abbiamo scelto. Ciò che cambia è unicamente la consapevolezza con cui lo facciamo. Senza riflettere su ciò il rischio, elevatissimo, è di vivere “col pilota automatico”, il che va benissimo in alcune situazioni ma è estremamente poco raccomandabile quando si tratta di determinare il nostro destino.

Col pilota automatico, infatti, siamo in mano al nostro ego, prede delle nostre pulsioni più profonde, vittime delle nostre paure insuperabili.

A questo scopo ogni strumento di crescita della propria consapevolezza è prezioso. Capire sé stessi è spesso doloroso, ma indispensabile per crescere e superare i propri limiti.

Michele Truppi è il fondatore di Magicplaces.it. Se desiderate ricevere maggiori informazioni sui registri akashici, visitate il suo sito: http://www.magicplaces.it/

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