Samadhi, l’Illuminazione: Significato e Tecnica

samadhi

Siamo giunti alla fine del nostro viaggio nel mondo del Raja Yoga: l’ultimo passo che ti manca per completare il percorso è Samadhi, l’illuminazione.

Si tratta dell’ultima tappa che Patañjali ha concepito per aiutare l’essere umano nel suo viaggio verso la realizzazione ultima di sé stesso.

Significato di Samadhi

fiore di loto

Samādhi è un termine che deriva dal sanscrito समाधी e che significa “mettere insieme”, “unire insieme a”. Un termine alternativo, usato in particolare dai buddhisti e da alcuni indù, è Samāpatti.

La correlazione tra buddhismo e Raja Yoga, infatti, è molto più profonda di quanto si creda: ti basti pensare al concetto di “illuminazione”, di “Nirvana”, o alla “Retta Concentrazione” (l’ultimo stadio del Nobile Ottuplice Sentiero). Sono tutti concetti estremamente simili e che condividono lo stesso obiettivo di base, quello di trascendere la realtà e il piano materiale per accedere ad un livello di conoscenza più alto e spirituale.

È tramite quest’ultimo stadio che avrai la possibilità di raggiungere la tanto agognata “realizzazione”. Usiamo questo termine per descrivere la rivelazione universale che porta a comprendere il senso dell’Universo, facendo tesoro di tutto ciò che hai imparato negli stadi precedenti.

Il concetto di Samadhi

concentrazione

Samādhi è la tecnica di concentrazione finale del Raja Yoga che ci porta a diventare un tutt’uno con l’oggetto della nostra meditazione.

Tramite questo approccio alla concentrazione il praticante entra in comunione con ciò che lo circonda, partendo dalle piccole cose fino ad arrivare ad immedesimarsi nell’Universo di cui è parte.

Ciò che differenzia veramente Samādhi dagli altri stadi è l’estraniazione dall’ego: la nostra coscienza, il nostro corpo fisico, ma anche il nostro super Io (o inconscio) sono in realtà una limitazione. Per percepire l’essenza del macrocosmo di cui fai parte, devi imparare a vedere il mondo per quello che è, senza pensare di farne parte. È come smettere di guardare il formicaio dal punto di vista della formica e iniziare invece a studiarlo dal punto di vista del mirmecologo.

Attenzione però: sia prima che adesso ho parlato di “concentrazione”. Nonostante Dhyāna e Dhāraṇā (gli stadi precedenti) siano passaggi essenziali per comprendere ed applicare Samādhi, si tratta di tecniche completamente diverse tra loro. Quantomeno, lo scopo è totalmente diverso.

È più corretto pensare che siano tre livelli differenti della stessa pratica, ognuno volto a guardare un certo aspetto in maniera diversa pur condividendo lo stesso obiettivo.

Come praticare Samadhi

trascendenza

Abbiamo analizzato il significato di Samadhi, ma come possiamo applicare questo concetto così astratto e complesso in maniera concreta?

Come ho appena accennato, la messa in pratica di Samādhi è molto simile a quella di Dhyāna, ovvero una concentrazione profonda e completa sotto tutti i punti di vista.

Eliminare l’ego dalla propria mente può sembrare un controsenso, ma è la chiave di Volta per una corretta esecuzione di Samādhi: ai fini dell’illuminazione l’ego è infatti un ostacolo.

Se nei passaggi precedenti abbiamo imparato ad estraniarci da noi stessi, come ultima pratica è necessario apprendere come trascendere noi stessi e la nostra natura.

Trascendere l’ego e la mente

La mente diventa lei stessa l’ostacolo da superare perché tenderà sempre a ragionare con un punto di vista umano. Non è sufficiente pensare di smettere di farlo, non si può cambiare la natura del pensiero. Imparare a separarla dalla sua natura umana è la tecnica finale che apre le porta ad una meditazione totale e assoluta, permettendo di osservare il tutto senza alcun tipo di limitazione.

Immagina quindi di concentrarti su qualcosa: qualunque cosa può andare bene, che sia un concetto astratto o un oggetto materiale. Applica tutte le tecniche che hai appreso fino a questo momento per analizzare e contemplare il soggetto che hai scelto. Quando avrai raggiunto il culmine, smetti di pensare.

Può sembrare un assurdo, ma il segreto è proprio questo: pensare a qualcosa senza pensarci. Per semplificare, prova a pensare a quando stai per addormentarti: ricordi con esattezza il momento in cui hai smesso di cercare di dormire e quello in cui hai iniziato a sognare? Certo che no, nessuno ricorda l’inizio di un sogno. Quel momento in cui passi da sveglio a sognatore è lo stesso passaggio che deve avvenire nella tua mente mentre mediti su Samādhi.

Passerai da uno stato di profonda concentrazione ad uno stato di concentrazione astratta, lasciandoti alle spalle qualunque tipo di pensiero conscio o inconscio ed esisteranno soltanto l’Universo e il soggetto della meditazione.

Samadhi nella vita moderna

illuminazione

Tuttavia, come mettere in pratica questo concetto così astratto nella tua vita quotidiana? Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che la nostra vita spirituale e quella materiale siano indissolubilmente collegate, due facce diverse della stessa medaglia. Non per niente hai imparato a prenderti cura di te stesso con i primi stadi del Raja Yoga.

Non possiamo avere una vita spirituale senza una materiale e, contemporaneamente, non possiamo godere appieno della vita materiale se ignoriamo quella spirituale. Proprio per questo motivo è inutile raggiungere l’illuminazione e poi concludere la propria vita vivendo come un eremita lontano da tutto e da tutti.

Se hai raggiunto Samādhi, sarai perfettamente in grado di vivere in mezzo a questa caotica società senza farti influenzare negativamente da essa. Confinarsi ai limiti della civiltà è una limitazione alla comprensione: è come pensare di conoscere perfettamente il mare perché lo abbiamo contemplato per anni, eppure non ci abbiamo mai nuotato dentro. Peggio del non imparare, c’è solo imparare male.

Conclusione

Entrare in comunione con l’Universo che ci circonda vuol dire imparare a comprendere e infine apprezzare tutto ciò che esiste per quello che è, senza pregiudizi, idee o aspettative, vivendolo appieno come se tu fossi una parte vitale di esso.

Raggiungere questa illuminazione non è nient’altro che l’inizio dell’ultimo viaggio, che consiste nel viverla continuamente appieno, tutti i giorni, finché alla fine non ne farai parte anche tu. Questo è il senso del viaggio chiamato vita, vissuto tramite la meravigliosa pratica che Patañjali ha chiamato “Raja Yoga”, lo Yoga Reale.

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2 commenti

  • Amico mio mi dispiace dirtelo ma già da momento in cui parli di zen e dici che la coscienza è un limite,non hai capito proprio niente.

    • Ciao Toto, mille grazie per il tuo commento 🙂

      Se ci pensi bene, non è un errore.

      Lo Zen è una derivazione di Dhyana, ovvero la meditazione profonda, lo stato di perfetta contemplazione. Essa serve a riportare al momento presente, estraniando dai concetti che non permettono di vedere la realtà per quello che è.

      Lo Zen è conosciuto anche come “la cultura del non essere” proprio perché per seguirlo bisogna staccarsi da sé stessi per vedersi come parte del tutto: questo concetto di “staccarsi” è l’inizio di Samadhi stesso.

      Passare per Dhyana è una tappa fondamentale per arrivare a Samadhi: lo stato finale dello Zen è l’illuminazione, la verità assoluta e quella è proprio Samadhi, l’apice della comprensione estranea dal proprio punto di vista.

      Se preferisci, pensala come ad un paradosso Zen: la coscienza è un limite per la comprensione, ma senza coscienza non puoi comprendere.

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