Yama, l’astensione secondo il Raja Yoga

yama raja yoga

Nello scorso articolo abbiamo parlato degli Otto Stadi del Raja Yoga che, attraverso una corretta esecuzione, portano al raggiungimento degli obiettivi ultimi che Patañjali aveva identificato per l’essere umano: la realizzazione e la liberazione dal ciclo karmico.

In questo articolo analizzeremo nel dettaglio il primo stadio di questa antichissima dottrina indiana, chiamato Yama, dal sanscrito यम, che significa “controllo” o anche “trattenere”.

Cos’è Yama

Sai già che il Raja Yoga predica l’abbandono dei desideri in quanto essi sono la fonte principale delle sofferenze dell’animo umano.

Yama incarna appieno il primo passo da compiere per liberarti da questa sofferenza: l’astensione. Per riassumere il concetto in parole molto semplici, possiamo dire che Yama rappresenta una lista di “cose che non vanno fatte” allo scopo di evitare un eccessivo attaccamento ai desideri terreni.

Queste astensioni sono comuni a molte religioni e dottrine in tutto il mondo, in quanto rappresentano desideri primordiali che albergano da sempre negli uomini. Le astensioni sono divise in cinque categorie:

  • Ahiṃsā
  • Satya
  • Asteya
  • Brahmacharya
  • Aparigraha

Eccole spiegate nel dettaglio:

Le cinque astensioni di Yama

Ahiṃsā

camminata meditativa

La prima delle cinque astensioni è quella più comune tra le filosofie, religioni e regole sociali di tutto il mondo: la non violenza.

Cardine fondamentale della convivenza pacifica tra le comunità, la violenza non è mai giustificata né giusta, in quanto causa di sofferenza sia per chi la perpetra sia per chi la subisce.

La violenza genera una spirale senza fine di vendetta e di rivalsa. Ovviamente Ahiṃsā non si riferisce solo alla violenza fisica, ma anche a quella psicologica e non solo sugli esseri umani ma su qualunque essere vivente.

Ahiṃsā vuol dire anche “compassione” poiché stimola a provare compassione e gentilezza per tutti gli esseri viventi. Mahatma Gandhi ha fatto di questo concetto il suo stendardo di battaglia contro la violenza per portare avanti le sue idee, a dimostrazione che non serve ferire, uccidere o fare del male per combattere.

Satya

monaci buddisti

La seconda astensione che ti viene chiesta è un’altra regola adottata in molte comunità: non mentire.

Satya predica la sincerità e la fiducia, pertanto non si può né mentire né dubitare del prossimo per quanto ingenuo possa essere. In sanscrito questa parola vuol dire proprio “verità” e nelle tradizioni vediche è uno dei concetti più importanti, in quanto non ci sarebbe sostenibilità nell’Universo senza “verità”.

Asteya

preghiera

Ancora una volta troviamo un’astensione di vitale importanza per ogni società civile antica o moderna che sia: non rubare. Non può esserci serenità dello spirito né privazione dei desideri se l’impulso di ottenere un oggetto materiale è talmente forte da causare del male ad un altro essere vivente tramite la privazione.

Ma il concetto di Asteya non è puramente materiale: devi astenerti dal rubare sia con le mani che con le parole, quindi non prendere meriti di cose che non hai detto o fatto. Quando avrai fatto tua questa astensione, il pensiero di un’appropriazione indebita non sfiorerà la tua mente.

Brahmacharya

monaco buddista pratica yama

Probabilmente per molte persone questa è l’astensione più difficile da rispettare: essa infatti predica l’astensione sessuale, ovvero la castità.

C’è da dire che questo concetto di “castità” può differire dal significato comune che gli diamo in occidente a seconda delle interpretazioni: Brahmacharya infatti è una virtù fondamentale sotto più punti di vista.

I giovani monaci religiosi praticavano una rigorosa castità attraverso la quale ottenevano una forza spirituale e una concentrazione assoluta, derivata dalla rinuncia del desiderio sessuale per dedicarsi appieno alla meditazione e alla realizzazione spirituale. Questo concetto è molto simile alla castità dei preti e sacerdoti cattolici.

C’è però un altro aspetto di Brahmacharya da tenere in considerazione: il termine, infatti, può voler dire anche “fedeltà” e “autocontrollo”. Per un praticante già sposato, Brahmacharya non predica un’astinenza completa, bensì la fedeltà e il controllo dei propri impulsi sessuali in modo da essere in grado comprendere più a fondo le cose e andare oltre il mero desiderio carnale.

Aparigraha

monaco buddista in meditazione

Quest’ultima astensione riassume e consolida i precetti espressi dalle precedenti quattro: la non possessività.

È un concetto generico, ma si applica molto bene a tutti i desideri più comuni: il desiderio di denaro, di ricchezze, di abbondanza, di avere ciò che gli altri hanno per elevare il proprio status ed esaltare il proprio ego. Per fare un paragone con la cultura occidentale potremmo rievocare il peccato capitale dell’avarizia. Per soddisfare questo desiderio, è implicito il ferire, l’offendere o il sottrarre qualcosa ad un’altra persona.

Tuttavia questa astensione non vuol dire che non possiamo ottenere nulla, ma che è opportuno capire appieno il valore delle cose di cui abbiamo bisogno. La differenza principale tra Asteya e Aparigraha sta nel fatto che mentre la prima è un’astensione vera e propria, la seconda è più la descrizione di una virtù necessaria per portare avanti gli altri precetti in maniera corretta e con purezza di spirito.

Conclusione

Ad un secondo sguardo, possiamo accorgerci che le astensioni di Yama incarnano quelle che possono essere considerate delle regole sociali per una buona condotta. Rivedendole in altri termini, abbiamo: non uccidere o ferire, non dichiarare falsa testimonianza, non rubare, non lasciare che i tuoi desideri vincano il tuo buonsenso, non essere possessivo. Molti di questi aspetti sono riconducibili non solo ai Dieci Comandamenti, ma anche alle leggi basilari di ogni Stato civile.

Non devi quindi vedere queste astensioni come una limitazione o un atto mistico e difficilmente raggiungibile, ma semplicemente come delle regole di buona convivenza con gli altri, per non ferirli o offenderli, ma soprattutto una filosofia per vivere in armonia con te stesso senza doverti vergognare di quello che sei o delle tue azioni.

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