Pono, il Settimo Principio Huna: L’efficacia è la misura della verità

pono, settimo principio huna

Se noi possiamo accettare il fatto di essere la somma totale di tutti i nostri precedenti pensieri, emozioni, parole, opere e azioni, e che le nostre vite sono determinate positivamente o negativamente dagli archivi delle memorie del passato, allora cominceremo a comprendere come questo processo di correzione possa essere in grado di cambiare la nostra vita, le nostre famiglie e la nostra società.

Morrnah Nalamku Simeona

Siamo arrivati all’ultimo dei sette principi cardine dell’Huna: Pono.

Tradotto letteralmente, Pono può significare quello che è esatto, che è giusto. E se il significato potesse apparire eccessivamente criptico o generico, non dovreste stupirvene più di tanto, avendo imparato a comprendere come nell’Huna tutto abbia più di una possibile interpretazione.

Inostro soccorso arriva allora il corollario del settimo principio Huna, che potrebbe essere indicato come “l’efficacia è la misura della verità”.

Lo spirito pratico dell’Huna

ragazza con in mano un pendolo

In questo contesto emerge il meraviglioso spirito pratico hawaiano. Come sappiamo, l’Huna non ha regole scritte, né rituali fissi o dogma immutabili. Al contrario, si mostra flessibile nel tempo, alle circostanze ed alle esigenze del caso specifico.

Ma stiamo attenti a non confondere questa adattabilità con un comodo relativismo assoluto. Infatti, si tratta piuttosto di una scelta radicale fondata sull’esigenza di dare priorità a ciò che funziona per ciascuno di noi.

In questo senso, anche se la spiritualità Huna può fornire gli strumenti teorici e pratici per comprendere l’universo in cui ci siamo stati catapultati, non fornirà mai una soluzione astratta, definitiva e priva di possibili perfezionamenti. Non è un caso, ad esempio, se l’Huna (e il suo parente più prossimo, il più famoso O’ponopono) siano diventati così popolari in occidente, dimostrando di sapersi adattare perfettamente ad ambienti molto diversi dal luogo di origine, tanto per cultura quanto per abitudini sociali e religiose.

Non va dimenticato come la stessa Morrnah Nalamku Simeona abbia fatto tesoro degli insegnamenti cattolici e, allo stesso modo, ogni sciamano contemporaneo che pratichi l’Huna non disdegna – anzi invita i propri studenti – a sperimentare e approfondire ogni tipo di conoscenza, senza pregiudizi ma sempre con un costruttivo spirito critico. Questo è appunto Pono!

Pono, l’efficacia come guida all’azione

donna di colore medita con un cristallo tra le mani

Pono ci invita a rivolgere la nostra attenzione all’efficacia – e dunque agli effetti – delle nostre azioni e pensieri. Anche il migliore di essi sarà da accantonare a favore di qualcos’altro, se non funziona.

Pono è una sollecitazione tanto all’osservazione neutrale ed oggettiva di ciò che ci succede, quanto all’apertura priva di pregiudizi. Un inno all’autoconsapevolezza pratica, insomma.

E quindi, volendo restare sul pratico, cosa potrebbe fare un Kupua per aiutarmi a risolvere un problema che io non riesco ad affrontare?

La mia guida era solita rispondere, piuttosto infastidita dalla mia insipienza, che non esiste un percorso predefinito e che il suo compito è quello di stimolare e indirizzare la mia attenzione, non di indicarmi – o peggio, insegnarmi –  il cammino.

Ed è proprio quando ti senti smarrito che puoi trovare il tuo vero “io”. Allora non ci sarà alcuna strada da seguire, ma i tuoi stessi passi segneranno il tuo sentiero!

È un po’ analogo a quanto accade nel pensiero buddista, per il quale esiste sì una lunga serie di tecniche e pratiche suggerite e insegnate per ricercare l’illuminazione, ma si tratta di un metodo, non di un percorso necessariamente predefinito. Tant’è che l’illuminazione stessa può cogliere il praticante all’improvviso; non quando ritiene di essere pronto, quando piuttosto è “il momento”.

L’idea che non esista un unico percorso, a differenza di quanto professato da ogni religione, non deve tuttavia indurre a un atteggiamento di scetticismo pregiudizievole nei riguardi di una pratica o di una qualsiasi visione spirituale.

Senza la completa fiducia (non fede) nel sistema Huna – come in ogni altro – non sarà possibile raggiungere alcun obiettivo significativo. Un’idea che ha impiegato parecchio tempo per poter essere davvero apprezzata in occidente e che, ad esempio, può spiegare la differente reazione di pazienti (confrontabili) al medesimo trattamento.

L’importanza di ciò che funziona

medico stringe la mano di un paziente in ospedale

Negli USA, a cavallo degli anni ’90, l’esplosione dell’HIV spingeva incessantemente la comunità scientifica alla ricerca di un qualsiasi strumento efficace nel fornire un sostegno ai malati terminali.

Elisabeth Targ – pioniera della psichiatria dagli illustri natali – mise a frutto l’esperienza maturata durante la guerra fredda dai suoi predecessori e sperimentò con oggettivi successi l’impiego di tecniche di sostegno ai malati di vario tipo. Dalle preghiere convenzionali ai riti sciamanici, dalla meditazione alla cabala, ogni tipo di intervento energetico o spirituale impiegato fornì i propri positivi riscontri. Ma ciò ad un’unica condizione preliminare, ovvero che il destinatario delle pratiche si affidasse senza riserve al praticante, operatore, sciamano o religioso.

Non ci addentreremo nel parlare di effetto placebo (a cui molti attribuirono i risultati positivi riscontrati), peraltro perché questa meravigliosa capacità dell’essere umano ancora deve essere appieno spiegata ed accettata dalla “scienza ufficiale”.

Piuttosto rivolgeremo la nostra attenzione a ciò che possiamo imparare dall’esperimento della Targ, e cioè che dobbiamo prendere in considerazione solo “ciò che funziona”! E, parrebbe superfluo sottolinearlo, non possiamo non prendere in considerazione ciò che funziona, con buona pace degli scettici o dei materialisti…

Osservare ed agire di conseguenza

donna fa yoga in estate

Pono, appunto, suggerisce soltanto di mantenere sempre accesa la nostra attenzione su ciò che ci succede. Tutto ciò, tuttavia, si scontra con le plausibili difficoltà dei praticanti che, pur impegnandosi al massimo delle proprie possibilità, talvolta non riescono a “vedere” i risultati del loro impegno. Questo, oltre a tirare in ballo il ruolo dell’influenza egoica delle aspettative inconsce nella canalizzazione dell’energia, può avvenire anche per altri motivi.

Se uno strumento non funziona, pur rispettandone scrupolosamente i criteri di impiego, ciò non implica che ci sia un errore o un’incapacità da qualche parte. Piuttosto, ad esempio, può semplicemente significare che occorre più energia o più tempo perché il mana si manifesti nell’immanente. Oppure quella tecnica non si dimostra adatta al caso o alle circostanze specifiche. Non c’è nulla di male, in questi casi, nel cambiare strategia!

È (anche) per questo stesso motivo che i Kupua non si assumono la responsabilità del buon esito di una pratica. Non possono assumersene la responsabilità perché, come si è detto ripetutamente, la responsabilità è solo nostra (ike)!

Ciononostante l’Huna offre – come si è detto – un sistema di comprensione e di azione non solo completo, ma anche eminentemente pratico.

I quattro livelli di realtà

donna di spalle guarda verso l'orizzonte

Questa praticità non rendeva possibile ai Kupua ignorare le differenze, talvolta incolmabili, tra ciò che si manifesta nella realtà tangibile e quanto invece attiene a livelli differenti.

Consapevoli di questa discrasia, piuttosto che negarla ritennero che l’universo fosse immerso in quattro distinti (ma comunicanti) livelli di realtà:

  • una realtà “scientifica”, in cui tutto esiste in quanto oggettivamente misurabile,
  • un’altra realtà “psichica”, ove regna la soggettività,
  • una realtà definita “simbolica”, quella dominata dagli sciamani e da chi possa far uso dei loro insegnamenti più segreti,
  • infine una realtà “mistica”, dove tutto è interconnesso e collegato, il regno degli scambi tra energia e materia.

Conclusione

Per agire efficacemente, uno sciamano deve imparare a muoversi attraverso ciascuna di queste realtà, come un surfista che solca le onde, attraversandole senza quasi bagnarsi, o come una canoa, che sembra solo carezzare la superfice dell’acqua.

Per raggiungere questo obiettivo occorre tuttavia destreggiarsi egregiamente nell’impiego di ogni strumento messo a disposizione dall’universo.

Occorre davvero aver interiorizzato che il mondo che ci circonda (la realtà psichica) è ciò che pensiamo che sia (Ike).

Bisogna essere convinti che l’universo non ci ha posto alcun limite (Kala), così come tempo e spazio sono solo il frutto della nostra percezione (Manwa).

Bisogna peraltro imparare ad amare (Aloha), uno dei traguardi più difficili da raggiungere e conservare, perché soltanto in questo modo sarà possibile rivolgere consapevolmente l’energia universale (Makia).

Dobbiamo rammentare come tutto sia una proiezione della nostra energia e che la fonte del nostro potere (Mana) custodisce anche le emozioni, le nostre avversarie più resistenti.

Occorre, infine, restare vigili osservatori di noi stessi e della realtà, per imparare a distinguere e applicare ciò che funziona (Pono) da ciò che vorremmo (più o meno consapevolmente) funzionasse.

Questo è lo spazio della pratica, per la quale lo studio non può – salvo rarissime eccezioni – sostituirsi integralmente alla guida di chi è più esperto. Ricordiamo allora quanto saggiamente evidenziava il Buddha e cioè che «tutti conosciamo la via, ma pochi in effetti la percorrono.»

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