Glossario di Meditazione, Zen, Yoga e Taoismo

In questo glossario troverai una traduzione e una breve spiegazione di tutti i termini legati al mondo dello zen, della spiritualità, dello yoga e della meditazione, in ordine alfabetico. Per ogni termine è indicata la lingua di origine e i vocaboli sono divisi per tradizione spirituale / corrente di pensiero. Quando possibile, abbiamo indicato degli articoli per approfondire. Questa lista è in continuo aggiornamento.

Termini legati allo zen

zen

A-C

  • Agura 胡坐 (giapponese): metodo comune e facile per sedersi a gambe incrociate, posizionando entrambi i piedi sotto le cosce; posizione seduta a gambe incrociate sciolta.
  • Ajirogasa 網代笠 (giapponese): grandi cappelli di bambù indossati dai monaci in pellegrinaggio.
  • An 庵  sōan 草庵 (capanna dal tetto d’erba) e hoan 蓬庵 (capanna dal tetto di paglia) (giapponese): un eremo. Il termine può riferirsi ad una piccola sala costruita negli stessi locali della tomba del fondatore o di un eminente monaco di un tempio zen, oppure a una piccola sala prima di essere promossa al rango di tempio. Infine, può anche indicare una piccola sala che appartiene a un grande tempio.
  • Anja  行者 (giapponese): assistente dell’abate, “persona che fa”.
  • Anju 庵主 (giapponese): un monaco o eremita di un’abitazione temporanea, oppure una suora che vive in un eremo. In genere, un novizio che vive in un piccolo tempio.
  • Ango 安居 (giapponese): letteralmente “dimora in pace” o “dimora pacifica”. Si riferisce ad un periodo di tre mesi di intenso addestramento per gli studenti del Buddismo Zen, che dura dai 90 ai 100 giorni. L’Ango si tiene in genere due volte l’anno, il primo periodo dalla primavera all’estate e il secondo dall’autunno all’inverno. L’ango estivo è indicato come ge-ango e il periodo invernale è u-ango.
  • Angya 行脚 (giapponese): pellegrinaggio, di solito per cercare un maestro, che un monaco o una monaca compie di monastero in monastero, tradotto letteralmente come “andare a piedi”. Il termine si applica anche alla pratica moderna in Giappone di un unsui (monaco novizio) in viaggio per chiedere l’ammissione in un monastero per la prima volta. Il novizio in genere offre una lettera introduttiva e poi attende l’accettazione per un periodo di giorni chiamato tangaryō. Al momento dell’ammissione comincia un periodo di prova noto come tanga zume. Considerato un aspetto della formazione dei primi monaci, l’angya nei tempi antichi poteva durare anche anni.
  • Angyaso 行脚僧 (giapponese): un monaco itinerante.
  • Anshō no zen 暗証の禅 (giapponese): zen ignorante, zen per sentito dire, zen non illuminato.
  • Ashi 唖子 (giapponese): un muto; nello Zen, un principiante che non è in grado di dire una parola in risposta alla domanda del maestro. Può anche indicare una persona che ha trasceso il regno dell’espressione verbale e, quindi, non dice una parola.
  • Ashi no ha ni nori no hoben 葦の葉に法の方便 (giapponese): “Il Dharma si trasmette anche attraverso una foglia di canna.” La tradizione vuole che Bodhidharma giunse in Cina dall’India attraversando il mare su una foglia di canna. Il termine è usato per descrivere l’utilità di una cosa apparentemente inutile.
  • Baito 梅湯 (giapponese): una bevanda a base di acqua calda e prugne sott’aceto (umeboshi), addolcita con lo zucchero.
  • Banka 晩課 (giapponese): canto serale dei sutra.
  • Battan 末單 (giapponese): un unsui di rango inferiore.
  • Benji 弁事 (giapponese): l’atto di lasciare il monastero per un giorno o meno per affari privati.
  • Biku 比丘 (giapponese): mendicante.
  • Bikuni 比丘尼 (giapponese): suora.
  • Bokuseki 墨跡 (giapponese): letteralmente “traccia d’inchiostro”, si riferisce a una forma di calligrafia giapponese (書道 shodō) e più specificamente a uno stile di Zenga sviluppato dai monaci Zen. Bokuseki è spesso caratterizzato da pennellate audaci, decise e spesso astratte volte a dimostrare lo stato d’animo puro del calligrafo. Lo scopo nel fare Bokuseki è rappresentare la propria consapevolezza in un singolo momento tracciando ogni parola o passaggio con un singolo respiro, realizzando infine lo Zen e manifestando la pratica di Zazen in azioni fisiche e artistiche.
  • Bosatsu-kai 菩薩戒 (giapponese): i precetti del bodhisattva sono un insieme di codici morali utilizzati nel buddismo Mahayana per far avanzare un praticante lungo il percorso per diventare un Bodhisattva. Nello Zen Sōtō, il fondatore Dōgen stabilì una versione in qualche modo ampliata dei Precetti del Bodhisattva ad uso sia dei sacerdoti che dei seguaci laici, basata sia sul Brahma Net Sutra che su altre fonti.
  • Butsudan 佛壇 o 仏壇 (giapponese): letteralmente “altare del Buddha”. Non è solo un luogo per onorare i propri antenati. All’interno dell’altare c’è un’area dove è rappresentato il Monte Sumeru (la montagna al centro della cosmologia buddista) e al centro di quell’area è custodita l’immagine principale. Allo stesso modo della sala principale del Dharma di un tempio, l’altare del Buddha è “il tempio nel mezzo della casa”.
  • Buttan-e 佛誕会 (giapponese): compleanno del Buddha, l’8 aprile.
  • Bozu 坊主 (giapponese): un sacerdote residente di un tempio; popolarmente, qualsiasi prete o monaco.
  • Buji 無事 (giapponese): non avere niente da fare; non avere nulla di impegnativo da fare prima di raggiungere l’illuminazione; lo stato di perfetta libertà dai guai; nessun rapporto con affari secolari; lo stato di tranquillità e inazione; usato per descrivere lo stato del satori.
  • Buji-zen 無事禅 (giapponese): “zen inattivo”; zen frivolo; zen esagerato; zen senza pratica; spavalderia o eccessiva fiducia in sé stessi nella pratica dello zen. Una tendenza attribuita ad alcuni praticanti, in particolare nella scuola Sōtō, di convincersi che poiché tutti gli esseri possiedono la natura di Buddha sono già illuminati e quindi non hanno bisogno di esercitarsi ulteriormente.
  • Busshō 仏性 (giapponese): la natura del Buddha.
  • Busshō 佛餉 (giapponese): offerte di riso poste davanti alle immagini del Buddha.
  • Chiden 知殿 (giapponese): custode della sala, “conoscitore della sala (del Buddha)”.
  • Chōka 朝課 (giapponese): il momento di canto dei sutra mattutino.
  • Chōsoku 調息 (giapponese): regolazione del respiro.

D-F

  • Daihonzan 大本山 (giapponese): rande tempio principale, templio principale di una scuola.
  • Daijiryohitsu 大事了畢 (giapponese): letteralmente “finire di comprendere la Grande Materia”; raggiungere il pieno risveglio e completare il proprio addestramento.
  • Daishi 大師 (giapponese): titolo onorifico postumo che significa “grande maestro” o “grande insegnante”.
  • Daishū 大衆 (giapponese): i monaci residenti nello zendō, “grande assemblea”.
  • Daruma 達磨 (giapponese): giapponese per Bodhidharma, che ricorre in diversi termini: Daruma-ki, la sua data di morte (5° giorno del 10° mese); Darumashū, la sua scuola di insegnamento, quindi un altro nome per lo Zen; Daruma-sōjō, l’autentica trasmissione del suo insegnamento tramite successori del dharma (hassu) e patriarchi in successione (soshigata).
  • Denbō 傳法 (giapponese): trasmissione del Dharma. L’atto di designare un erede del dharma, in tal modo “trasmettere” (den 傳) il “dharma” (hō 法) che è stato precedentemente ereditato da un insegnante in un particolare lignaggio del dharma.
  • Densu 殿司 (giapponese): il monaco incaricato di svegliare gli altri monaci al mattino, di guidare il canto dei sutra e altre cerimonie e di pulire le sale rituali.
  • Deshi 弟子 (giapponese): discepolo (di un’insegnante).
  • an 堂行 (giapponese): assistente di sala. Un termine per indicare la persona che suona la campana che segna l’inizio e la fine dello zazen.
  • Dōchō rōshi 堂頭老師 (giapponese): “capo della sala (di meditazione), vecchio/venerabile maestro”.
  • Doge 同夏 (giapponese): monaci che iniziano la loro carriera monastica durante lo stesso ango.
  • Dōjō 道場 (giapponese): letteralmente “luogo della via”. Inizialmente, i dōjō erano sale aggiunte ai templi. Il termine può riferirsi a un luogo di formazione formale per una qualsiasi delle arti giapponesi dō, ma in genere è considerato il luogo di ritrovo formale per gli studenti di qualsiasi stile di arti marziali giapponesi per condurre allenamenti, esami e altri incontri correlati.
  • Dōnai 堂内 (giapponese): letteralmente “dentro la sala”; si riferisce principalmente ai monaci che risiedono nello zendō.
  • Dosan 同參 (giapponese): gruppo di monaci che si sono tutti formati sotto lo stesso roshi.
  • shi 導師 (giapponese): officiante (conduce servizi e cerimonie), “insegnante guida”.
  • Eka 會下 (giapponese): un altro termine (insieme a dosan) per indicare un gruppo di monaci che si sono tutti formati sotto lo stesso roshi o nello stesso tempio.
  • Ekō 回向 (giapponese): la dedica letta dopo la recita di un sutra, per dirigere il merito acquisito dalla recitazione a una certa persona o gruppo.
  • Enpatsu 遠鉢 (giapponese): mendicanza fatta a lunga distanza dal monastero, di solito della durata di un giorno intero o più.
  • Ensō 円相 (giapponese): cerchio che simboleggia l’illuminazione assoluta e il vuoto. Il cerchio eseguito con una singola pennellata fluida è un tema popolare nella pittura Zen. Si dice che solo chi è interiormente in equilibrio sia capace di dipingere un cerchio forte ed equilibrato.
  • Enzu 園頭 (giapponese): l’orto del monastero, o il giardiniere.
  • Fuhai 不拜 (giapponese): non rendere omaggio (i buddisti laici non possono rendere omaggio agli dei o ai demoni di altre religioni; monaci e monache non possono rendere omaggio a re o genitori).
  • Fukuten 副典 (giapponese): assistente del capocuoco, “assistente del ten(zo)”.
  • Fundoshi 褌 (giapponese): intimo kimono da uomo, stile perizoma avvolto.
  • Fukudo 副堂 (giapponese): assistente dell’assistente di sala (dōan). Un termine per indicare la persona che colpisce l’han.
  • Furoshiki 風呂敷 (giapponese): telo da imballaggio per riporre e trasportare gli abiti.
  • Fushō 不生 (giapponese): letteralmente “non nato”. Espressione Zen per l’assoluto, la vera realtà, in cui non c’è nascita, né morte, né divenire né passare, e non c’è un senso di prima e dopo.
  • su 副寺 (giapponese): tesoriere, “assistente del direttore/tempio”, uno dei sei ufficiali del Tempio Zen Sōtō (roku chiji 六知事). Nelle sette Rinzai/Obaku, lo shika è spesso nominato anche come fusu, che assiste il capo sacerdote e supervisiona i monaci. L’ufficiale del tempio incaricato degli affari finanziari.
  • Futon 布団 (giapponese): un termine generalmente riferito allo stile tradizionale della biancheria da letto giapponese, costituito da materassi imbottiti (shikibuton = materasso di fondo) e trapunte (kakebuton = copriletto trapuntato spesso) abbastanza flessibili da essere piegati e riposti durante il giorno.
  • Fuzui 副隨 (giapponese): l’assistente del fusu, responsabile degli affari finanziari e delle questioni varie.

G-I

  • Gaman 我慢 (giapponese): termine di origine buddista Zen che significa “sopportare l’apparentemente insopportabile con pazienza e dignità”. Il termine è generalmente tradotto come “perseveranza” o “pazienza”. Un termine correlato, gamanzuyoi (我慢強い gaman-tsuyoi), un composto di tsuyoi (forte), significa “soffrire l’insopportabile” o avere un’elevata capacità di una sorta di resistenza stoica. Gaman è variamente descritto come una “legge”, una “virtù”, un “ethos”, un “tratto”, ecc. Significa fare del proprio meglio in tempi difficili e mantenere l’autocontrollo e la disciplina.
  • Ganbaru 頑張る (giapponese): letteralmente “restare fermi”, è una parola giapponese onnipresente che significa approssimativamente arrancare tenacemente nei momenti difficili. La parola ganbaru è spesso tradotta con “fare del proprio meglio”, ma in pratica significa fare più del proprio meglio. La parola enfatizza “lavorare con perseveranza” o “tenere duro”. Ganbaru significa “impegnarsi completamente in un compito e portarlo a termine”. Può essere tradotto con perseveranza, tenacia, caparbietà e duro lavoro. Il termine ha un’importanza cruciale nella cultura giapponese.
  • Gasshō 合掌 (giapponese): letteralmente “palmi insieme”. Una mudra che esprime la non-dualità: anjali (Scr). I palmi sono uniti in modo che i polpastrelli siano all’altezza del naso. Le mani sono a circa un pugno di distanza dal viso.
  • Gidan 疑團 (giapponese): la “sfera del dubbio” che alimenta l’impulso di un monaco alla pratica e al raggiungimento dell’illuminazione.
  • Geju 偈頌 (giapponese): un verso.
  • Goannai 御案内 (giapponese): portare con la forza un monaco a sanzen per aiutarlo a risolvere il suo kōan.
  • Godō 後堂 (giapponese): insegnante di retroguardia (responsabile della formazione); “retro (sede) della sala (di meditazione)”. In un Sōtō zendō, il monaco responsabile dello zendō, secondo al rōshi. Questo è approssimativamente equivalente al jikijitsu nei monasteri Rinzai.
  • Go-ke 五家 (giapponese): le cinque scuole dello Zen.
  • Goke-shichishū 五家七宗 (giapponese): “cinque case, sette scuole”. Una classificazione delle sette scuole buddiste Chʾan, durante il periodo Tʾang.
  • Gomai 合米 (giapponese): un tipo di takuhatsu in cui i singoli monaci si recano una volta al mese in famiglie designate per ricevere il riso messo da parte dalla famiglia per la comunità monastica.
  • Gotai-tōchi 五体投地 (giapponese): prostrarsi.
  • Gozan bungaku 五山文學 (giapponese): letteratura giapponese delle Cinque Montagne. Il termine Cinque Montagne si riferisce ai principali centri monastici Zen (禅) della setta Rinzai a Kamakura, in Giappone e ad altri cinque a Kyoto. Inoltre, il termine si riferisce a cinque centri monastici Zen in Cina a Hangzhou e Ningpo che hanno ispirato l’organizzazione religiosa e culturale in Giappone. Il termine “montagna” è un termine generale per il monastero buddista. Il termine letteratura delle Cinque Montagne o gozan bungaku (五山文學) è usato collettivamente per riferirsi alla poesia e alla prosa in cinese prodotte dai monaci giapponesi durante il periodo medievale nel XIV e XV secolo. Sono incluse anche opere di monaci cinesi residenti in Giappone. Il periodo vide una diffusa importazione di influenze culturali dalla Cina del periodo Song e Yuan che in molti modi trasformarono il Giappone. Nella letteratura delle Cinque Montagne l’informalità, il senso dell’umorismo e la simpatia per l’ordinarietà della vita erano molto apprezzati. Un poeta delle Cinque Montagne potrebbe scrivere di qualsiasi cosa, in contrasto con i temi proscritti dei poeti di corte aristocratici.
  • Gyojuzaga 行住坐臥 (giapponese): le “quattro posizioni”, ovvero camminare, stare in piedi, sedersi e sdraiarsi.
  • Gyosho 曉鐘 (giapponese): il suono mattutino della grande campana del tempio.
  • Gyodo 行道 (giapponese): un modo di cantare i sutra durante le cerimonie, in cui i monaci cantano mentre camminano in fila all’interno della sala delle cerimonie.
  • Haju 把住 (giapponese): “accoglienza”; uno degli aspetti dell’addestramento Zen, quello dello scioglimento o della tensione. Vedi anche hogyo.
  • Han 板 (giapponese): letteralmente “tavola”. Davanti allo zendo è appesa una grossa tavola rettangolare di legno di circa 45 x 30 x 8 cm su cui si batte un ritmo con un mazzuolo di legno tre volte al giorno: all’alba, al tramonto e prima di coricarsi.
  • Handai 飯台 (giapponese): i tavoli lunghi e bassi usati quando si consumano i pasti nel jikido.
  • Handaikan 飯台監 (giapponese): ogni pasto formale è servito da persone assegnate, chiamate handaikan. Han letteralmente è “pasto”, dai è “tavola” e kan “sorvegliare”.
  • Hanka fuza 半跏趺坐 (giapponese): la posizione seduta del mezzo loto.
  • Hashin kyuji 把針灸治 (giapponese): letteralmente “prendere l’ago”. Gli hashin kyuji sono giorni prima della sesshin durante i quali l’unsui può riposare, riparare i vestiti e curare le malattie.
  • Hassu 法嗣 (giapponese): ‘successore del dharma’, un allievo buddista Zen che ha raggiunto almeno lo stesso livello di illuminazione del suo maestro, e che pertanto riceve il sigillo di riconoscimento (inka-shōmei). Può quindi diventare un successore del dharma.
  • Hishiryō 非思量 (giapponese): termine ripetuto in molti sermoni di Dōgen Zenji. Può essere tradotto come “non pensiero”, “senza pensare” o anche “oltre il pensiero”.
  • Hōdōshi 法幢師 (giapponese): insegnante del Dharma (diverso dall’ abate che conduce un periodo di pratica). 
  • Hogyo 放行 (giapponese): “lasciare andare”; uno degli aspetti dell’allenamento Zen, quello del rilassamento o dell’allentamento. Vedi anche haju.
  • Hōjō 方丈 (giapponese): “un metro quadrato” (stanza dell’abate, dal nome della stanza di Vimalakirti).
  • Hōkei 法系 (giapponese): stirpe di dharma. 1. Una linea ininterrotta di trasmissione del dharma che viene fatta risalire a molte generazioni di maestri e discepoli. 2. Un elenco di nomi delle successive generazioni di maestri, culminanti nel proprio maestro, attraverso il quale si è ereditato il dharma. Questo elenco viene recitato durante il canto dei sutra.
  • Hokkai-jōin 法界定印 (giapponese): “mudra cosmico” – il posizionamento delle mani durante la pratica tradizionale dello zazen. Per eseguire il mudra cosmico, la mano sinistra poggia sulla mano destra, con le punte dei pollici che si toccano leggermente. 
  • Hokku 法皷 (giapponese): il grande tamburo del tempio battuto per segnalare l’inizio del teisho o di una cerimonia.
  • Hokushū Zen 北宗禅 (giapponese): scuola nordica di Zen.
  • Honshi 本師 (giapponese): insegnante originale/primario.
  • Honzon 本尊 (giapponese): l’immagine principale della Scuola Zen Sōtō è il fondatore del Buddismo, Shakyamuni Buddha. Solitamente sull’altare di un tempio zen viene esposta una pergamena con le immagini del Buddha Shakyamuni e dei due fondatori della Scuola Zen Sōtō in Giappone, Dōgen Zenji e Keizan Zenji.
  • Hōrin 法輪 (giapponese): la ruota della legge.
  • Houi-kake 御法衣掛 (giapponese): appendiabiti.
  • Horo 法臘 (giapponese): il tempo trascorso da tokudo; la propria carriera di monaco.
  • Hossu 払子 (giapponese): bastone corto di legno o bambù brandito da un prete buddista zen. Al bastone è attaccata una sorta di criniera fatta di pelo di mucca, cavallo o yak, oppure di canapa. Spesso descritto come uno “scacciamosche”, si crede che il bastone protegga dal desiderio chi lo impugna e funzioni anche come un modo per liberare le aree dalle mosche senza ucciderle. L’hossu è considerato il simbolo dell’autorità di un maestro Zen di insegnare e trasmettere il Buddha Dharma agli altri, ed è spesso passato da un maestro all’altro.
  • Hōtō 法燈 (giapponese): lampada del Dharma. Un’espressione metaforica, che paragona il dharma (hō 法 ) alla “fiamma di una lampada” (tō 燈 ) che può essere passata ad un’altra lampada (cioè da maestro a discepolo) e quindi tenuta accesa per sempre. Nella tradizione Zen, la trasmissione della mente di Buddha senza forma e ineffabile (busshin) attraverso il lignaggio degli insegnanti ancestrali (soshi 祖師 ) è indicata metaforicamente come “trasmissione della fiamma” (dentō 傳燈 ).
  • Hyoseki 評席 (giapponese): un monaco anziano che serve come uno tra gli ufficiali del tempio: lo shika, il jikijitsu e il jisha. All’incirca sinonimo di yakui.
  • Ichige 一夏 (giapponese): letteralmente “un’estate”. Sinonimo di ango.
  • Ichijitsu nasazareba, ichijitsu kuwarazu   一日不作、一日不食 (giapponese): “un giorno senza lavoro, un giorno senza mangiare.” Baizhang Huaihai (百丈懷海 Hyakujō Ekai, 720-814).
  • Ichimi-Zen 一味禅 (giapponese): l’autentico Zen del Buddha e dei patriarchi (soshigata), che consiste nell’esperienza di nessuna distinzione tra forma e vuoto. Il suo opposto (all’interno dello Zen) è lo zen che si basa su diversi tipi o obiettivi di meditazione, noto come gomi (-no)-zen.
  • Idaten 韋駄天 (giapponese): la divinità tutelare della cucina del tempio e del kuri.
  • Igi-soku-buppō 威儀即仏法 (giapponese): le forme dignitose (portamenti) che sono considerate esse stesse buddha (risvegliate) dharma (forme). 
  • Ikko hanko 一箇半箇 (giapponese): letteralmente “un uomo o mezzo uomo”, il termine descrive il vero successore che ogni maestro Zen ha il dovere di produrre.
  • Iku 衣矩 (giapponese): righello per piegare koromo.
  • Inji 隱侍 (giapponese): l’assistente del maestro.
  • Inka 印可 (giapponese): il sigillo dell’illuminazione; una certificazione del completamento della formazione di un discepolo.
  • Inka (-shōmei) 印可証明 (giapponese): il legittimo sigillo di riconoscimento, nel Buddismo Zen, che l’autentica illuminazione è stata raggiunta e che un allievo ha completato la sua formazione.
  • Inkin 引磬 (giapponese): la campana usata dal jikijitsu per segnalare l’inizio e la fine della meditazione e per altri scopi. (Un inkin è una piccola campana a forma di ciotola montata su un’impugnatura che l’ino (capo del canto) colpisce con un percussore di metallo per segnalare l’inizio delle prostrazioni inchinate o, verso la fine delle cerimonie, per segnalare che è ora di posizionare le mani in gassho in direzione dell’altare.)
  • Ino 維那 (giapponese): responsabile della sala, “sovrintendente al karmadāna (‘datore di incarichi’)”, uno dei sei ufficiali del Tempio Zen Sōtō (roku chiji 六知事). In precedenza, il monaco incaricato di sovrintendere al dovere di lavoro; attualmente, il monaco che guida il canto durante un servizio. Composto ibrido (leggi anche ina e inō) che unisce il cinese wei 維, “supervisore”, con il grafo na 那, pensato per rappresentare la sillaba finale del termine sanscrito traslitterato karmadāna.
  • Inryo 隱寮 (giapponese): l’alloggio del roshi.
  • Intoku 陰徳 (giapponese): opere buone eseguite in segreto.
  • Issoku-hanpo 一息半歩 (giapponese): camminare mezzo passo inspirando ed espirando – kinhin in Sōtō zen.
  • Isshu 揖手 (giapponese): mani incrociate per camminare e stare in piedi. Questo gesto è anche chiamato shashu. Nella tradizione Rinzai la mano sinistra copre la mano destra.
  • Isshu 一炷 (giapponese): il tempo necessario per bruciare un bastoncino d’incenso; quindi, un periodo di zazen.

J-K

  • Jihatsu 持鉢 (giapponese): il nome del set di ciotole da cui mangia un monaco (il set da monaco zen Rinzai standard è composto da 5 ciotole), avvolte in un panno per il trasporto. Durante un pasto, verranno scartate, usate, pulite e infine riavvolte nel panno.
  • Jikidō 食堂 (giapponese): la stanza dove si consumano i pasti in un monastero Rinzai.
  • Jikidō 直堂 (giapponese): “tenere in ordine la sala (di meditazione)”. Officiante nello zendō del tempio Sōtō incaricato di tenere in ordine il tempo. Il jikidō segnala l’inizio e la fine dei periodi seduti suonando l’han e il kesu (grande campana).
  • Jikijitsu 直日 (giapponese): in un Rinzai zendō, il monaco incaricato della meditazione nello zendō, secondo al rōshi. Questo è approssimativamente equivalente al godō in Sōtō. Il termine può riferirsi anche al cronometrista per una sesshin o per qualsiasi riunione di meditazione. Tutte le questioni che hanno a che fare con il tempo sono responsabilità del “jiki”, a condizione che le decisioni non siano in conflitto con le attività o i desideri del rōshi. Il jiki di solito guida anche i kinhin.
  • Jikō 侍香 (giapponese): inserviente addetto all’incenso, “servire incenso”.
  • Jisha 侍者 (giapponese): servitore dell’abate, “servitore”. Il capo monaco incaricato di prendersi cura dei monaci dello zendō; i suoi compiti includono il mantenimento dell’immagine principale dello zendō (di solito Manjusri), il servizio del tè e la cura dei monaci malati. Il termine può riferirsi anche all’assistente del rōshi durante la sesshin. Coloro che partecipano a una sesshin sono più consapevoli del ruolo del jisha come persona che dirige il dokusan; il jisha annuncia quando inizia il dokusan e guida gli studenti dentro e fuori.
  • Jiriki 自力 (giapponese): ricerca dell’illuminazione attraverso il proprio merito e la pratica religiosa.
  • Jizoku 寺族 (giapponese): “moglie del sacerdote” nella vita del tempio Sōtō.
  • Jōdō 上堂 (giapponese): convocazione. Letteralmente, “salire” (jō 上 ) alla “sala” (dō 堂 ). Il riferimento qui è a una sala del dharma (hattō 法堂 ), dove tutti i residenti di un monastero (e anche i visitatori esterni) si riuniscono per ascoltare l’abate tenere un sermone o coinvolgere i membri dell’assemblea in un dibattito (mondō 問答 ). Non è chiaro se il verbo “salire” si riferisca all’intera assemblea che entra in una sala del dharma, o solo all’abate, che per l’occasione sale su un alto seggio (kōza 高座 ) sull’altare sumeru in una sala del dharma. Nei monasteri buddisti cinesi della dinastia Song e nei monasteri zen giapponesi medievali che ne furono modellati, le convocazioni in una sala del dharma erano tra le osservazioni formali più solenni tenute regolarmente. Le parole dell’abate, che si pensava parlasse in qualità di buddha in carne e ossa, furono registrate per i posteri. Agli abati appartenenti al lignaggio Zen veniva spesso chiesto di commentare “vecchi casi” (kosoku 古則 ) (cioè koan), o sollevavano essi stessi tali casi per mettere alla prova i loro seguaci tra il pubblico.
  • Joju 常住 (giapponese): la sezione amministrativa del monastero, in contrapposizione allo zendō, o donai.
  • Jokei 助警 (giapponese): un giovane ufficiale nel monastero. Nella maggior parte dei monasteri Rinzai ce ne sono due.
  • nin 浄人 (giapponese): cameriere, “persona pura”.
  • Josaku 除策 (giapponese): letteralmente “rimuovendo il keisaku”; un giorno libero di riposo nel monastero.
  • Juban 襦袢 (giapponese): una sottoveste per il kimono, lunga fino alla vita.
  • ji 住持} (giapponese): “rimanere e mantenere”.
  • Jukai 受戒 (giapponese): ordinazione laica. Cerimonia di ordinazione pubblica Zen in cui uno studente laico riceve alcuni precetti buddisti. Cerimonia di ricezione (ju) dei precetti buddisti (kai). Questa è un’iniziazione formale al Buddismo, che fa di una persona un membro della famiglia del Buddha.
  • Junkei 巡警 (giapponese): il pattugliamento dello zendo con il keisaku.
  • Junkō 巡香 (giapponese): pattuglia di meditazione (porta kyōsaku): “giro di incenso”.
  • shoku  住職 (giapponese): “direttore stabile”.
  • Juzu 数珠 (giapponese): i rosari sono disponibili in tre forme: 108 grani, 54 grani e 27 grani. Tutti hanno alla base o un manji (svastica), che rappresenta il movimento originario dello spirito all’interno del cuore; o una pagoda, che rappresenta il magazzino delle scritture, che la rotazione del rosario fa girare; o un pesce che morde una palla di ferro che non può né ingoiare né sputare; oppure una nappa o un paio di nappe, che rappresentano le radici del Loto, il simbolo dell’illuminazione, con le sue radici nel fango della sofferenza umana. Qualunque cosa possa essere alla base del rosario, è sempre un simbolo di attività e movimento, sia esso il movimento del cuore, cioè il manji; la svolta delle scritture, cioè la pagoda; la lotta del kōan, cioè il pesce con la palla di ferro; o il nutrimento dell’illuminazione dalla sofferenza, cioè la nappa. Immediatamente sopra questo simbolo ci sono tre grani che rappresentano i Tre Rifugi: Omaggio al Buddha, Omaggio al Dharma, Omaggio al Sangha. Un rosario di 108 grani è diviso in 6 gruppi di 18 con un divisore tra ciascuno. Uno di 54 perline ha 6 gruppi di 9 con un divisore tra ciascuno, e uno di 27 perline, 2 gruppi di 6 e 1 di 15 divisi da 2 divisori. Tutti i grani divisori in un rosario rappresentano punti di pausa per la meditazione silenziosa, l’inserimento delle mani nel gasshō mentre si tiene il rosario, o l’inserimento del cervello, per così dire, nel gasshō.
  • Kafu 家風 (giapponese): letteralmente “vento di casa”; i costumi e “l’atmosfera” di un certo monastero.
  • Kaichin 開枕 (giapponese): l’ora del sonno al monastero, scandita da un breve sutra canto e dallo srotolamento del kashiwabuton. (Kaichin è un’espressione Zen per distendersi sul letto e andare a dormire). Quando la campana kaichin viene suonata in un monastero Zen, i monaci o le monache corrono a prendere il loro letto nel sōdō (sala dei monaci). Tradizionalmente, i monaci sono forniti di un materasso e nessun cuscino. In un ambiente tradizionale non sono consentite nemmeno le coperte. Ciò fa sì che i monaci e le monache si arrotolino nei materassi stessi per riscaldarsi per la notte.
  • Kaidan 戒壇 (giapponese): piattaforma su cui avviene l’ordinazione.
  • Kaihan 開板 (giapponese): colpo dell’han di legno. 
  • Kaijo 開靜 (giapponese): sveglia mattutina al monastero.
  • Kaiko 開講 (giapponese): l’occasione del primo teisho dell’ango.
  • Kaimyo 戒名 (giapponese): il proprio nome di precetto (a volte chiamato nome dharma), assegnato durante una cerimonia Jukai. Questo è spesso un nome buddista unico che a volte può esprimere certe qualità che il maestro ha osservato nel suo discepolo.
  • Kaisandō 開山堂 (giapponese): la Sala del Fondatore in un tradizionale monastero Zen. Le dimensioni possono variare da una camera singola a un intero edificio.
  • Kaisei 解制 (giapponese): “regole non vincolanti”, periodo di chiusura, dal 15 agosto circa. La bassa stagione monastica. Quasi sinonimo di seikan.
  • Kaishi 戒師 (giapponese): “precetto maestro”.
  • Kaiyoku 開浴 (giapponese): tempo del bagno monastico. Kaiyoku è la cerimonia di “Aprire il bagno”. Nell’uso comune, kaiyoku si riferisce all’andare ai bagni in un monastero zen giapponese. In un monastero tradizionale, i monaci si fanno il bagno circa ogni cinque giorni, in date con il numero quattro o nove.
  • Kanban bukuro 看板袋 (giapponese): la borsa usata dai monaci durante la mendicanza. Il nome del tempio del monaco è solitamente scritto sulla parte anteriore della borsa.
  • Kanchō 管長 (giapponese): l’abate capo.
  • Kankin 看經 (giapponese): “lettura dei sutra” o “recitazione dei sutra”, a volte anche “studio dei sutra”.
  • Kanna Zen 看話禪 (giapponese): “introspezione del kōan Zen”.
  • Kansei 閑栖 (giapponese): un prete in pensione.
  • Kanshō 喚鐘 (giapponese): la piccola campana sospesa suonata dai monaci per segnalare l’ingresso nella stanza del maestro durante il dokusan. È quindi diventato sinonimo di sanzen stesso.
  • Kasa (giapponese): uno dei tanti tipi di cappelli tradizionali del Giappone. Se preceduta da una parola che specifica il tipo di cappello, la parola diventa gasa: 網代笠 ajiro-gasa; takuhatsu gasa.
  • Kashaku 掛錫 (giapponese): entrare formalmente in un monastero per la formazione.
  • Kashiwabuton 柏蒲団 (giapponese): il grande futon quadrato utilizzato per dormire nel monastero. Il futon è piegato a metà e l’unsui dorme all’interno. Al mattino il futon viene arrotolato e riposto per la giornata. 
  • Katan 加擔 (giapponese): aiutare con il lavoro, in generale o in un altro tempio.
  • Katsu (giapponese): grido di pancia tradizionale Zen; usato per eliminare il pensiero discriminatorio.
  • Kechimyaku 血脈 (giapponese): “linea di sangue”, patrimonio della Legge. Un elenco del lignaggio ininterrotto dell’insegnamento dal Maestro al discepolo, dal Buddha Shakyamuni al presente, rappresentato graficamente come una linea rossa circolare che scorre all’infinito, L’osservanza dei Precetti è chiamata “il Sangue di Buddha”.
  • Keisaku 警策 (giapponese): il “bastone di avvertimento”, usato per incoraggiare i monaci durante lo zazen. (Rinzai)
  • Keisu 磬子 (giapponese): gong a forma di ciotola usato nei servizi di canto. Viene colpito sul bordo da una piccola mazza imbottita. Accompagna il canto dei sutra.
  • Kekka fuza 結跏趺座 (giapponese): la posizione seduta del loto completo.
  • Kenge 見解 (giapponese): la risposta a un koan, presentata durante sanzen.
  • Kenshō 見性 (giapponese): “vedere la natura di sé;” vedere la propria vera natura; un’esperienza di risveglio. Kenshō è più o meno sinonimo di satori, sebbene quest’ultimo sia generalmente considerato un’esperienza più profonda. 
  • Kentan 檢單 (giapponese): il controllo formale dei monaci seduti nello zendo da parte del roshi o del jikijitsu.
  • Kesa 袈裟 (giapponese): l’abito liturgico buddista, di solito tradotto come “cotta”. È la forma stilizzata dell’abito buddista indiano originale, kaṣāya (Skt), indossato attorno al corpo, sopra la spalla sinistra e sotto la spalla destra. Veste simbolica della trasmissione da maestro a discepolo.
  • Ki(giapponese): energia vitale.
  • Kiku 規矩 (giapponese): il regolamento monastico.
  • Kimono 着物 (giapponese): il tradizionale kimono giapponese a maniche larghe cucite a metà. Non ci sono cuciture tra la parte superiore e la gonna e non ci sono pieghe nella gonna. Una piega nella zona della vita permette l’allungamento. I kimono sono lunghi fino alla caviglia, per uso cerimoniale in cotone bianco e in tessuto grigio per uso quotidiano.
  • Kinhin or kyōgyō 經行 (giapponese): meditazione camminata zen. Letteralmente, “andare avanti e indietro”. Si cammina in senso orario per la stanza, tenendo la mano in posizione shashu. Dalla vita in su, la postura dovrebbe essere la stessa di quella dello zazen. 
  • Kirigami 切り紙 (giapponese): si riferisce letteralmente a “strisce di carta” su cui i maestri Sōtō trasmettevano interpretazioni esoteriche di kōan con detti, formule e diagrammi criptici. Vedi anche shōmono (抄物).
  • Kitan ryushaku 起單留錫 (giapponese): l’occasione alla fine del periodo di addestramento in cui un monaco comunica al monastero se si fermerà per il prossimo periodo di addestramento o se partirà per continuare il suo angya.
  • an 公案 (giapponese): “caso pubblico”, “annuncio pubblico” o “precedente per uso pubblico”. Una pratica fondamentale nell’allenamento Zen, che sfida l’allievo attraverso una domanda, o una frase o risposta a una domanda, che presenta un paradosso o un enigma. 
  • Koban 香盤 (giapponese): il portaincenso in cui i bastoncini di incenso vengono bruciati dal jikijitsu durante lo zazen.
  • den 香典 (giapponese): l’atto di offrire l’incenso.
  • Koji 居士 (giapponese): “residente/abitante”, laico.
  • Koji kyumei 己事究明 (giapponese): “l’indagine e il chiarimento del sé”. Lo scopo dello zazen.
  • Kokuho 告報 (giapponese): un annuncio del capo monaco alla comunità, che di solito stabilisce il programma per quel giorno.
  • Kokyō 挙経 (giapponese): leader del canto, “celebrare/iniziare il sutra”.
  • Komusō 虚無僧 (giapponese): “monaco del vuoto”. Membro della setta Fuke. I komuso erano metà monaci e metà laici, che non si radevano la testa né indossavano normali vesti da monaco. Vivevano una vita mendicante, chiedendo l’elemosina e suonando lo shakuhachi, un flauto di bambù. I komuso erano caratterizzati dal cesto di paglia (un carice o cappuccio di canna chiamato tengai) indossato sulla testa, che manifestava l’assenza di un ego specifico.
  • Konshō 昏鐘 (giapponese): il suono serale della grande campana del tempio.
  • Kontin (konchin) 雷沈 (こんち ん) (giapponese): uno stato mentale caratterizzato da sonnolenza, depressione, mancanza di energia.
  • Koromo (giapponese): abito monastico (indossato solo dai monaci ordinati).
  • Kosoku 古則 (giapponese): sinonimo di “koan”.
  • Kotai 交代 (giapponese): il cambiamento dei doveri monastici al termine del periodo di formazione.
  • Kotan 高單 (giapponese): un monaco anziano.
  • Kotsu (giapponese): letteralmente “osso; reliquia”. In alcune scuole Zen come Sanbō Kyōdan, lo scettro cerimoniale di un rōshi è chiamato kotsu invece di nyoi.
  • Koza 講座 (giapponese): una conferenza del roshi ai monaci. Vedi teisho.
  • Kufū 功夫 (giapponese): mantenere la propria pratica durante l’immobilità e il movimento. Nel monastero Zen generalmente è arrivato a significare qualcosa come “inventiva creativa” durante il lavoro.
  • Kuri 庫裡 (giapponese): la cucina del monastero, o, più in generale, l’abitazione.
  • Kusen (giapponese): insegnamento orale dato durante zazen, termine dello zen di Deshimaru.
  • Kyahan 脚半 (giapponese): protezioni per le gambe.
  • Kyogai 境界 (giapponese): lo stato d’animo, solitamente espresso nelle azioni e nella presenza di una persona, raggiunto attraverso la formazione.
  • Kyōsaku 教策 (giapponese): bastone da risveglio, o “bastone di incoraggiamento” in Sōtō; chiamato keisaku in Rinzai. Un bastone appiattito a un’estremità, lungo da 75 a 105 cm, usato per colpire le spalle durante lo zazen, per aiutare a superare la fatica o raggiungere il satori, chiamato keisaku in Rinzai. Il kyōsaku simboleggia la spada della saggezza del bodhisattva Mańjushri, che taglia ogni illusione; quindi è sempre gestito con rispetto. Se vuoi essere colpito dal kyosaku, segnala con gassho e aspetta. Quando il jikido posiziona il bastone sulla spalla destra, abbassa la testa a sinistra. Questo per evitare di essere colpiti all’orecchio e per rendere più facile colpire i muscoli della spalla. Dopo che il jikido ha colpito la tua spalla, raddrizza di nuovo la testa e inchinati. Il jikido si inchina anche a te mentre sta dietro di te, tenendo il bastone con entrambe le mani.
  • Kyūhai 九拝 (giapponese): prostrarsi per nove volte.

L-N

  • Makyō 魔境 (giapponese): pensieri o illusioni spiacevoli o distraenti che si verificano durante lo zazen.
  • Mempeki 面壁 (giapponese): descrizione Zen dei nove anni (menpeki-kunen 面壁九年), che Bodhidharma (菩提達摩) trascorse ‘di fronte al muro’, cioè in profonda meditazione in una grotta di montagna vicino al Tempio Shaolin (少林寺). È diventato un sinonimo virtuale di zazen.
  • Missan 密参 (giapponese): studio segreto.
  • Missan-roku 密参録 (giapponese): registrazioni di interviste segrete; trasmissione orale (un libro che descrive gli interrogatori e le risposte Zen effettuati tra sacerdoti Zen).
  • Missanchō 密参 (giapponese): commento esoterico sui kōan.
  • Mitsumitsu sanketsu 密密参決 (giapponese): risoluzione attraverso istruzioni meticolose.
  • Mokugyo 木魚 (giapponese): un tamburo di legno scolpito da un unico pezzo, per impostare il ritmo del canto. 
  • Mokushō Zen 黙照禅 (giapponese): meditazione Zen che non usa koan. 
  • Mondō 問答 (giapponese): “domanda e risposta”, termine usato nella pratica zen giapponese per riferirsi a una discussione o intervista tra maestro e studente in cui un tema religioso viene affrontato in modo obliquo piuttosto che sotto forma di dibattito o conferenza. Normalmente lo studente solleva un problema in connessione con la dottrina o la pratica e il maestro cerca di fornire una risposta senza ricorrere a spiegazioni teoriche o analitiche. I registri di questi scambi sono spesso conservati come kōan per l’uso da parte degli studenti successivi.
  • Monjin 問訊 (giapponese): l’atto di inchinarsi dalla vita con le mani in gasshō.
  • Munen musō 無念無想 (giapponese): “nessun pensiero e nessuna immagine”.
  • Mushi-dokugo 無師独悟 (giapponese): un termine giapponese usato nel buddismo zen che esprime il fenomeno noto come “risveglio da solo, senza un maestro”.
  • Mushin 無心 (giapponese): nessun pensiero superfluo, nessuna fabbricazione mentale.
  • Mushotoku 無所得 (giapponese): nessun profitto, nessun obiettivo, nessun oggetto. L’atteggiamento essenziale di non correre dietro a qualcosa, di non afferrare.
  • Nakatan 中單 (giapponese): un unsui di medio rango.
  • Narashimono 鳴物 (giapponese): i vari strumenti sonori (campane, battagli, gong) utilizzati in un monastero per segnalare gli orari delle varie attività.
  • Nentei 拈提 (giapponese): meditare su un koan.
  • Nibanza 二番座 (giapponese): la “seconda seduta” all’ora dei pasti, a cui partecipavano i monaci i cui doveri li allontanavano dalla prima seduta.
  • Nichi nichi kore kōjitsu 日日是好日 (giapponese): “ogni giorno è un buon giorno”.
  • Nisshitsu 入室 (giapponese): entrare nella stanza sanzen del roshi per le istruzioni di meditazione
  • Nitten sōji 日天掃除 (giapponese): la pulizia giornaliera fatta all’interno e all’esterno del monastero.
  • Niwazume 庭詰 (giapponese): il periodo in cui un postulante in un monastero zen deve sedere nell’atrio del monastero (genkan) in posizione inchinata, chiedendo l’ammissione, di solito per un periodo di due giorni. Vedi anche tangazume.
  • Niya sanjitsu 二夜三日 (giapponese): letteralmente “due notti e tre giorni”; il periodo di tempo massimo durante il quale un monaco può assentarsi dal monastero senza dover ricevere il permesso per zanka.
  • Nōsō 納僧 (giapponese): “monaco che indossa abiti con le toppe”.
  • Nyoi 如意 (giapponese): scettro di legno, lungo circa 35 cm, donato ai maestri zen dal loro maestro quando ottengono il permesso di insegnare. Ha una leggera curva a forma di S, come una colonna vertebrale umana. Il rōshi lo usa, ad esempio, per enfatizzare un punto in un teishō, per appoggiarsi quando è seduto, o anche occasionalmente per colpire uno studente.

O-S

  • Obi (giapponese): fascia per kimono tradizionale giapponese.
  • Ōryōki 應量器 (giapponese): il set di 4 ciotole Sōtō.
  • Oshiku 大四九 (giapponese): il quattordici di ogni mese e l’ultimo giorno di ogni mese, quando i monaci dormono fino a tardi, poi si radono la testa, fanno una pulizia profonda e, nel pomeriggio, riposano.
  • Oshō  和尚 (giapponese): lettura giapponese del cinese he shang (和尚), che significa monaco buddista di alto rango o monaco buddista altamente virtuoso. È anche una designazione rispettosa per i monaci buddisti in generale e può essere usata con il suffisso -san, è originariamente derivato dal sanscrito upadhyaya, che significa “maestro”.
  • Raihai 禮拝 (giapponese): prostrazione davanti all’altare o al roshi. Normalmente eseguiti in una serie di tre, questi sono inchini che portano immediatamente in posizione inginocchiata e poi rapidamente in una posizione con la fronte che tocca delicatamente il pavimento. Le mani, con i palmi rivolti verso l’alto, sono sollevate nel gesto simbolico di sollevare i piedi del Buddha sopra la propria testa. Un atto di rispetto e gratitudine.
  • Rakusu 絡子 (giapponese): il più piccolo degli abiti buddisti, il rakusu è composto da cinque strisce di stoffa che sono cucite insieme e sospese al collo da una cavezza di stoffa. È indossato da monaci, monache e laici. Viene ricevuto durante la cerimonia del jukai. Il rakusu è il simbolo della veste rattoppata del Buddha. Nell’usanza del lignaggio Suzuki rōshi, i rakusu blu sono cuciti per l’ordinazione dei laici, neri per l’ordinazione dei sacerdoti e marroni per quelli con trasmissione del Dharma; ma questi colori variano in altri lignaggi Zen.
  • Rintan 隣單 (giapponese): il monaco che siede accanto a un praticante nello zendo.
  • Rinzai-shū    臨済宗 (giapponese): setta Zen che enfatizza lo studio dei koan; prende il nome dal maestro Linji.
  • Rōhatsu 臘八 (giapponese): il sesshin più severo dell’anno monastico, che commemora l’illuminazione del Buddha. Di solito si tiene dal 1 dicembre fino alla mattina dell’8 dicembre, periodo durante il quale i monaci non possono sdraiarsi per riposare.
  • Roku chiji 六知事 (giapponese): i sei ufficiali del Tempio Sōtō Zen, “sei conoscitori/gestori di affari”: 1. direttore {tsūsu 都寺}, 2. tesoriere {fūsu 副寺}, 3. responsabile di sala {ino 維那}, 4. capo cuoco {tenzo 典座}, 5. capo lavoro {shissui 直歳 }, 6. gestore degli ospiti {shika 知客}.
  • Rōshi 老師 (giapponese): letteralmente “vecchio maestro” o “maestro anziano”, maestro monastico Zen. Nell’organizzazione Sōtō più o meno sinonimo di shike; “venerabile maestro (spirituale)”.
  • Saba 生飯 (giapponese): i pochi chicchi di riso offerti all’inizio dei pasti ai fantasmi affamati.
  • Saihō 裁縫 (giapponese): cucire abiti buddisti.
  • Saiza 斎座 (giapponese): il pranzo, pasto principale della giornata monastica.
  • Sampai 三拝 (giapponese): triplice [san] prostrazione [hai]; espressione di venerazione attraverso la prostrazione consueta nello Zen. Sampai era probabilmente in origine un’espressione di venerazione verso i Tre Tesori. Vedi anche Raihai.
  • Samu 作務 (giapponese): il lavoro manuale nel monastero, una parte della formazione altrettanto importante per lo zazen.
  • Samue 作務衣 (giapponese): abiti da lavoro o di tutti i giorni per un monaco buddista zen maschio.
  • Sando 參堂 (giapponese): entrare formalmente nello zendo come nuovo membro della comunità monastica dopo il completamento del niwazume e del tangazume.
  • Sanno 三應 (giapponese): sinonimo di inji.
  • Sanran  散乱 (giapponese): “disperso-confuso”, irrequietezza, iperattività della mente.
  • Sanzen 參禪 (giapponese): studio formale della meditazione con un maestro Zen. Più precisamente, gli incontri privati tra maestro e discepolo in cui il maestro istruisce il discepolo alla meditazione.
  • Sarei 茶礼 (giapponese): occasioni in cui viene servito il tè, sia in modo formale che informale.
  • Satori  悟り; 覚り (giapponese): l’esperienza del risveglio, dell’illuminazione. (Cinese: 悟; pinyin: wù; coreano 오) è un termine buddista giapponese per illuminazione che letteralmente significa “comprensione”. Nella tradizione buddista Zen, satori si riferisce a un lampo di consapevolezza improvvisa, o illuminazione individuale, ed è considerato un “primo passo” o imbarco verso il nirvana.
  • Seichū 制中 (giapponese): la stagione degli addestramenti monastici. Più o meno sinonimo di ango.
  • Seidō  西堂 (giapponese): insegnante della sala ovest (insegnante di grado superiore), “sede ovest della sala (di meditazione)”.
  • Seikan 制間 (giapponese): la bassa stagione monastica. Più o meno sinonimo di kaisei.
  • Seiza 正座 (giapponese): letteralmente “seduta corretta”, è il termine giapponese per indicare il modo tradizionale di sedersi in Giappone. Una posizione seduta in cui uno si inginocchia e si siede sui talloni. Questa è la posizione standard per cantare durante il servizio.
  • Senmon dōjō 專門道場 (giapponese): un monastero di formazione Zen formale, in cui un monaco può ottenere la qualifica per il sacerdozio. Più o meno sinonimo di sōdō.
  • Sesshin 攝心 (giapponese): ritiri di meditazione, generalmente della durata di una settimana. Samu è sostituito da una meditazione aggiuntiva. Un sesshin (接心, 摂心, 攝心), letteralmente “toccare il cuore-mente” (ma spesso tradotto male nei centri Zen occidentali come “raccogliere la mente”), è un periodo di meditazione intensiva (zazen) in un monastero Zen .
  • Setsu ango 雪安居 (giapponese): la stagione invernale degli allenamenti.
  • Shakuhachi 尺八 (giapponese): un flauto giapponese. È tradizionalmente fatto di bambù. Era usato dai monaci della scuola Fuke del Buddismo Zen nella pratica del suizen (吹禅, meditazione del soffio).
  • Shamon 沙門 (giapponese): “shramana (“contemplativo”)”
  • Shashu   叉手 (giapponese): posizione della mano usata quando si cammina o si sta in piedi nello zendō. Metti il pollice della mano sinistra al centro del palmo e stringi un pugno attorno ad esso. Posiziona la mano chiusa a pugno davanti al petto. Copri il pugno con la mano destra. Tieni i gomiti lontani dal corpo formando una linea retta con entrambi gli avambracci.
  • Shichido garan 七堂伽藍 (giapponese): l’impianto classico del monastero Zen con sette edifici. Sanmon 山門 (Porta della montagna), Butsuden 佛殿 (Sala del Buddha), Hatto 法堂 (Sala del Dharma) e Hojo 方丈 (Quartieri dell’abate) sono allineati su un asse nord-sud, con lo Yokushitsu 浴室 (Casa del bagno) e Kyozo経蔵 (biblioteca dei sutra) a est e il Sōdō 僧堂 (sala dei monaci) a ovest.
  • Shichijō kesa 七條袈裟 (giapponese): vestaglia in sette pezzi.
  • Shigu-seigan 四弘誓願 (giapponese): quattro voti universali.
  • Shihō 嗣法 (giapponese): trasmissione del Dharma. L’atto con cui un maestro afferma che la formazione di uno studente è completa e che lui o lei è pronto per iniziare ad insegnare il Dharma in modo indipendente.
  • Shiji zazen 四时坐禅 (giapponese): zazen di quattro ore; quattro periodi di meditazione seduta: goya zazen = alba, sōshin zazen = metà mattina, hoji zazen = pomeriggio, kōkon zazen = sera.
  • Shijo 止靜 (giapponese): il tempo tra l’inizio e la fine di un periodo di meditazione, quando deve essere mantenuto il silenzio e non è consentito muoversi. 
  • Shika 知客 (giapponese): “conoscitore degli ospiti” (tradizionalmente assistente direttore), uno dei sei ufficiali del tempio Sōtō Zen (roku chiji 六知事). Il capo monaco incaricato della sezione amministrativa del monastero, le cui mansioni riguardano l’incontro con gli ospiti.
  • Shikantaza 祗管打坐 (giapponese): “semplicemente seduti”; uno stato di attenzione libero da pensieri, diretto a nessun oggetto e a nessun contenuto particolare.
  • Shike 師家 (giapponese): il maestro di un monastero. Shike è più o meno sinonimo di roshi.
  • Shikunichi 四九日 (giapponese): giorni che contengono un “4” (shi) o un “9” (ku), su cui si effettua la rasatura della testa, una pulizia generale del monastero e un bagno.
  • Shin’igi 眞威儀 (giapponese): l’abbigliamento formale utilizzato dagli unsui durante le cerimonie.
  • Shinjin datsuraku 身心脱落 (giapponese): “il corpo e la mente sono caduti.” Abbandonare [sia] il corpo che la mente. (Le parole di Dōgen che descrivono la sua illuminazione) 
  • Shinkin 嚫金 (giapponese): denaro ricevuto dai monaci da parte del monastero.
  • Shinrei 振鈴 (giapponese): la campana della sveglia, la campanella a mano suonata al mattino per svegliare tutti nel tempio.
  • Shinsu 辰司 (giapponese): persona che suona il campanello della sveglia, “ufficiale del mattino”.
  • Shinto 新到 (giapponese): un nuovo monaco; di solito si riferisce ai monaci nel loro primo anno al monastero.
  • Shippei 竹箆 (giapponese): bastone di bambù leggermente incurvato, lungo circa mezzo metro, usato come “simbolo dell’autorità di un maestro Zen” nel buddismo zen. A differenza del keisaku, lo shippei era spesso usato come misura disciplinare per i monaci in meditazione. Può essere trovato spesso al fianco di un maestro Zen in uno zendo ed è anche “uno dei sette oggetti che compongono l’equipaggiamento di un monaco Zen”. Lo shippei è costituito da un pezzo di bambù spezzato, legato con vite di glicine e poi laccato. A volte ricurvi a forma di S, gli shippei possono essere riccamente decorati con un cordone di seta o avere intagli.
  • Shissui 直歳 (giapponese): capo del lavoro, “tenendo in ordine le vicinanze”, uno dei sei ufficiali del Tempio Zen Sōtō (roku chiji 六知事).
  • Shitsunai 室内 (giapponese): letteralmente “dentro la stanza”, un termine per l’istruzione di meditazione che ha luogo tra il maestro e il discepolo nella stanza sanzen del maestro.
  • Shokan 初關 (giapponese): letteralmente “la prima barriera”; il primo koan ricevuto da un monaco.
  • Shōken 相見 (giapponese): un incontro formale con un maestro Zen. (Il primo colloquio personale tra il roshi e uno studente; lett., vedersi.)
  • Shōmono 抄物 (giapponese): complesso corpus di commenti sulle tradizionali raccolte kōan e testi di detti registrati di sacerdoti Sōtō del tardo medioevo e della prima età moderna. Vedi anche kirigami (切り紙).
  • Shoshin 初心 (giapponese): un concetto nel buddismo zen che significa “mente da principiante”. Si riferisce ad avere un atteggiamento di apertura, entusiasmo e mancanza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia a un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante in quella materia. Il termine è usato soprattutto nello studio del Buddismo Zen e delle arti marziali giapponesi. 
  • Shōten 鐘点 (giapponese): suono della campana, “(bonshō) campana che si accende”.
  • Shugyōsha 修行者 (giapponese): persona di pratica (spirituale), praticante.
  • Shukin 手巾 (giapponese): il cordone che i monaci portano intorno alla vita.
  • Shukkejin 出家人 (giapponese): “persona rimasta a casa / fuori casa”.
  • Shuso 首座 (giapponese): studente capo.
  • Shuso hossenshiki 首座法戰式 (giapponese): termine usato nel buddismo zen per descrivere un incontro o uno scambio tra due praticanti come mezzo per esprimere e approfondire la loro comprensione della natura della realtà. Lo scambio può essere verbale o comportare gesti o movimenti o una combinazione di tutti e tre. Lo scambio non è tanto un dibattito filosofico quanto una manifestazione o rivelazione dell’apprensione intuitiva di ogni individuo della verità religiosa. Durante la cerimonia dello shusso hossen, il capo monaco (shuso) viene verbalmente testato in pubblico da altri studenti e insegnanti sulla loro conoscenza degli insegnamenti buddisti.
  • Shutto 出頭 (giapponese): partecipazione a una cerimonia.
  • Shuya 守夜 (giapponese): la guardia del fuoco serale al momento del kaichin, quando uno o due monaci fanno il giro degli edifici e delle proprietà del monastero per assicurarsi che tutti gli incendi siano spenti.
  • Sōdō 僧堂 (giapponese): un monastero di formazione Zen formale, in cui un monaco può ottenere la qualifica per il sacerdozio. Più o meno sinonimo di senmon dōjō. 
  • ku 送供 (giapponese): capo cameriere.
  • Sonshuku 尊宿 (giapponese): un prete più anziano o un prete eminente.
  • Sorin 叢林 (giapponese): un altro termine per sōdō.
  • ryo 僧侶  (giapponese): monaco/sacerdote, “compagno del sangha”.
  • Sōsan 総參 (giapponese): sanzen formale che si tiene la prima, quarta e settima sera di un sesshin, e durante il quale lo shika suona il kansho ei monaci incontrano i roshi in ordine di rango. Tutti i monaci devono partecipare. Contrasta con dokusan.
  • Soshigata 祖师谷 (giapponese): gli anziani o patriarchi nel buddismo Ch’an/Zen, i grandi maestri, praticanti e insegnanti che stanno in linea di trasmissione diretta del dharma, in definitiva, dal Buddha Shākyamuni.
  • Sōtō-shū  曹洞宗 (giapponese): una delle due sette dominanti dello Zen in Giappone, l’altra è Rinzai. Setta Sōtō dello Zen che enfatizza lo shikantaza come modalità di pratica principale.
  • Sozarei 総茶禮 (giapponese): un invito formale a cui tutti i monaci sono tenuti a partecipare. Di solito si tiene prima di affari importanti.
  • Suikai 埀誡 (giapponese): istruzioni o avvertimenti del maestro o dei monaci superiori.
  • Suizen 吹禅 (giapponese): una pratica Zen che consiste nel suonare il flauto di bambù shakuhachi come mezzo per raggiungere l’autorealizzazione. I monaci della setta Fuke dello Zen che praticavano il suizen erano chiamati komusō (虚無僧; letteralmente “monaci del vuoto”).
  • sokukan 数息観 (giapponese): “osservazione del conteggio del respiro”; meditazione preliminare del conteggio dei respiri. 
  • Suzu (giapponese): un piccolo campanello che suonava nelle sale (di un monastero o al sesshin) come campanello d’allarme.

T-U

  • Tabi 足袋 (giapponese): calzini alla caviglia con la classica divisione tra l’alluce e le altre dita.
  • Taiki seppō 對機說法 (giapponese): parlare al calibro del proprio ascoltatore.
  • Taku 柝木 (giapponese): due pezzi di legno duro, circa 5 x 5 x 25 cm. Sono tenuti parallelamente e percossi insieme, creando uno schiocco acuto. Il jikijitsu li usa per guidare i kinhin. 
  • Takuhatsu 托鉢 (giapponese): mendicare, elemosina monastica.
  • Tan (giapponese): una piattaforma di meditazione in uno zendo. Di solito ce ne sono tre o quattro: il jikijitsu tan (a sinistra quando si entra nella parte anteriore dello zendo), tanto tan (a destra quando si entra nella parte anteriore dello zendo), naka tan (una piattaforma ausiliaria tra il jikijitsu tan e il tanto tan) e talvolta un gaitan (una piattaforma ausiliaria al di fuori della stanza principale dello zendo). La parola tan può anche indicare il posto di una persona nella gerarchia del monastero.
  • Tanbuton 單蒲団 (giapponese): il grande cuscino su cui siedono i monaci Rinzai durante lo zazen.
  • Tangaryō 旦過寮 (giapponese): un periodo di attesa per l’ammissione in un monastero Zen al cancello, che dura da un giorno a diverse settimane, a seconda della qualità della propria seduta. Si riferisce alla stanza in cui soggiornano i monaci itineranti durante la visita o attendono l’ingresso nel sōdō.
  • Tangazume 旦過詰 (giapponese): il periodo in cui un postulante in un monastero zen deve sedere da solo in una piccola stanza (chiamata tangaryō) di fronte al muro, di solito per un periodo di cinque giorni. Vedi anche niwazume.
  • Tatchu 塔頭 (giapponese): un sottotempio situato nel recinto di un tempio più grande.
  • Tantō 単頭 (giapponese): letteralmente “testa del tan”. Capo piattaforma (assistente del capo formazione); “testa della piattaforma (seduta)”. In un tempio Zen, il tantō è uno dei due ufficiali (con il godō) responsabili dell’addestramento dei monaci. 
  • Teihatsu  剃髪 (giapponese): radersi la testa.
  • Teishō 提唱 (giapponese): la lezione di dharma del rōshi, di solito su un kōan, un testo Zen o un sutra. Piuttosto che una spiegazione o un’esposizione nel senso tradizionale, è intesa come una dimostrazione della realizzazione Zen. 
  • Tenjin 点心 (giapponese): un pasto servito agli unsui a casa di un credente. I monaci spesso ricevono tenjin alla fine delle ronde mattutine.
  • Tenken 点検 (giapponese): addetto alle presenze, ispettore.
  • Tenzo 典座 (giapponese): capo cuoco, uno dei sei ufficiali del Tempio Sōtō Zen (roku chiji 六知事). Tradizionalmente il ruolo di tenzo era una posizione di alto onore nei monasteri zen. Allo stesso modo, oggi, un tenzo è spesso considerato uno dei principali leader per sesshin.
  • Toki 湯器 (giapponese): il contenitore per l’acqua calda.
  • Tokudo 得度 (giapponese): essere ordinato monaco.
  • Tsūsu 都寺 (giapponese): direttore, uno dei sei ufficiali del tempio Sōtō Zen (roku chiji 六知事).
  • Unpan 雲版 (giapponese): letteralmente “piatto nuvola”; un gong piatto a forma di nuvola usato per segnalare l’ora dei pasti.
  • Unsui 雲水 (giapponese): letteralmente “nuvole e acqua”; un monaco Zen in formazione. Unsui o kōun ryūsui (行雲流水) per intero, è un termine specifico del buddismo Zen che denota un postulante in attesa di accettazione in un monastero o un monaco novizio che ha intrapreso la formazione Zen. 

V-Z

  • Wagesa 輪袈裟 (giapponese): “kesa circolare”. Una forma di kesa ulteriormente semplificata dal rakusu. Una striscia di stoffa con le estremità collegate da un nodo decorativo, portata intorno al collo.
  • Waraji 草鞋 (giapponese): sandali di corda di paglia che sono per lo più indossati dai monaci.
  • Watō 話頭 (giapponese): il punto chiave in un kōan; frase critica, frase cruciale, battuta finale o parola chiave.
  • Yako Zen 野狐禪 (giapponese): letteralmente “Zen volpe selvatica”; falso Zen.
  • Yakuseki 藥石 (giapponese): letteralmente “pietra medicinale”; la cena monastica Zen. Nel buddismo era originariamente vietato mangiare dopo mezzogiorno. Tuttavia, in Cina, dove si sviluppò lo Zen, d’inverno faceva freddo, quindi i monaci si mettevano pietre riscaldate contro l’addome per placare i morsi della fame. Queste pietre erano chiamate “pietre medicinali”. In seguito venne servito un pasto leggero, costituito dagli avanzi della giornata, che prese il nome dai sassi usati per alleviare la fame.
  • Yaza 夜坐 (giapponese): letteralmente “seduta notturna”; zazen privato fatto dopo kaichin.
  • Yugyōsō 遊行僧 (giapponese): “monaci itineranti”, che vissero gran parte della loro vita indipendentemente dalle istituzioni religiose.
  • Yukata 浴衣 (giapponese): indumento simile a un kimono per l’uso estivo, solitamente realizzato in cotone, lino o canapa. Gli yukata sono rigorosamente informali, il più delle volte indossati nei festival all’aperto, da uomini e donne di tutte le età. Sono anche indossati nei resort onsen (sorgenti termali), dove vengono spesso forniti agli ospiti secondo lo schema del resort.
  • Yokuju 浴頭 (giapponese): il monaco che prepara il bagno nella scuola Rinzai.
  • Yokusu 浴主 (giapponese): responsabile del bagno, “maestro del bagno”, nella scuola Sōtō.
  • Yulu 語録 (giapponese): detti registrati.
  • Zabuton 座布団 (giapponese): cuscino per sedersi durante la meditazione. Lo zabuton si usa generalmente quando si è seduti per terra, e può essere utilizzato anche quando si è seduti su una sedia. Normalmente qualsiasi luogo in Giappone in cui i posti a sedere sono sul pavimento sarà dotato di zabuton, per il comfort di seduta. Un tipico zabuton quadrato misura 50–70 cm di lato e da nuovo ha uno spessore di diversi centimetri.
  • Zafu 座蒲 (giapponese): cuscino tondo per la pratica di meditazione zazen. Za (座) significa “sedile”, e fu (蒲) significa “canneto”. Uno zafu è un cuscino imbottito con fibre soffici, morbide e lanuginose delle teste dei semi di giunco che si disintegrano. Lo zafu giapponese ha origine in Cina, dove questi sedili di meditazione erano originariamente riempiti con piume di canna. Una traduzione alternativa di zafu è “cuscino per sedersi” o “cuscino per sedersi”, dove za significa “seduto” o “seduto” e fu significa “cuscino”.
  • Zagen 座元 (giapponese): “leader seduto”, sacerdote a tutti gli effetti (dopo essere stato shuso).
  • Zagu 坐具 (giapponese): il “panno da seduta” rettangolare, utilizzato durante le cerimonie al momento delle prostrazioni rituali. Pezzo di stoffa portato dal monaco, su cui viene fatto l’inchino.
  • Zaikejin 在家人 (giapponese): “persona casalinga / capofamiglia”, laico.
  • Zanka 暫暇 (giapponese): un’assenza consentita dal monastero per più di tre giorni e due notti. Attualmente è spesso usato per indicare la fine dell’addestramento sōdō di un monaco.
  • Zanmai 三昧 (giapponese): un altro termine per indicare Samadhi. 
  • Zazen 坐禅  (giapponese): meditazione seduta; pratica seduta dello Zen; seduta eretta senza fabbricazione mentale. Quando lo zazen inizia, la campana viene suonata tre volte (shijōshō 止静鐘). Quando inizia il kinhin, la campana viene suonata due volte (kinhinshō). E quando il kinhin è finito, la campana viene suonata una volta (chukaishō). Inoltre, quando lo zazen è finito, la campana viene suonata una volta (hozenshō).
  • Zazenkai 坐禅会 (giapponese): ritiro di un giorno.
  • Zen (giapponese): meditazione. La parola giapponese “Zen”, o “禅” (“ぜん”), è una deformazione, attraverso il cinese (“禪”, pronunciato “chan” in mandarino), del sanscrito “dhyāna” (“ध्यान” nella scrittura originale ), che significa “meditazione”.
  • Zendō 禅堂 (giapponese): una sala di meditazione Zen. Il luogo dove si pratica lo zazen. Nei monasteri giapponesi i monaci/le monache vivono nello zendō. Gli ufficiali dello zendō vivono in piccole stanze individuali che a volte condividono con il loro personale di supporto. 
  • Zenji 禅師 (giapponese): letteralmente “maestro Zen” [ji = shi, maestro]; titolo onorifico avente il senso di grande [o rinomato] maestro Zen. È un titolo che generalmente viene conferito postumo; diversi maestri, tuttavia, ricevettero questo titolo durante la loro vita.
  • Zenpan 禅板 (giapponese): mentoniera.
  • Zenshū 禅宗 (giapponese): setta Zen, scuola Zen.
  • ri 草履 (giapponese): sandali piatti e infradito in paglia di riso, tipicamente indossati con kimono formali.
  • Zuihan 隨意飯 (giapponese): un pasto informale.
  • Zuisokukan 随息観 (giapponese): Meditazione di osservazione del respiro. Senza contare, si diventa tutt’uno con la respirazione. Quando inspiriamo, inspiriamo. Quando espiriamo, diventiamo espirazione.
  • Zuiyoku 隨意浴 (giapponese): un bagno informale.
  • Zuiza 隨意坐 (giapponese): seduta informale nello zendo, senza shijo.
  • Zuochan 坐禪 (giapponese): sinonimo di Zazen.
  • Zutabukuro 頭陀袋 (giapponese): borsa dei monaci appesa al collo, usata per conservare gli effetti personali.

Termini legati allo yoga

yoga

A-C

  • Abhyasa अभ्यास (sanscrito): pratica.
  • Acarya आचार्य (sanscrito): un precettore, istruttore.
  • Advaita अद्वैत (sanscrito): non dualità. La verità e l’insegnamento che esiste una sola Realtà (Atman, Brahman), specialmente come si trova nelle Upanishad; vedi anche Vedanta.
  • Ahamkara अहंकार (sanscrito): il principio di individuazione, o ego, che deve essere trasceso; vedi anche buddhi, manas.
  • Ahimsa अहिंसा (sanscrito): “non dannoso”. La disciplina morale più importante (yama).
  • Akasha आकाश (sanscrito): “etere/spazio”. Il primo dei cinque elementi materiali di cui è composto l’universo fisico; usato anche per designare lo spazio “interno”, cioè lo spazio della coscienza (chiamato cid-akasha).
  • Amrita अमृत (sanscrito): “immortale/immortalità”. Una designazione dello Spirito immortale (atman, purusha); anche il nettare dell’immortalità che trasuda dal centro psicoenergetico alla sommità del capo (Sahasrara chakra) quando viene attivato e trasforma il corpo in un “corpo divino” (divya-deha).
  • Ananda अनन्द (sanscrito): “beatitudine”. La condizione di gioia assoluta, che è una qualità essenziale della Realtà ultima (tattva).
  • Anga अङ्ग (sanscrito): “arto” o stadio o ramo. Una categoria fondamentale del percorso yogico, come asana, dharana, dhyana, niyama, pranayama, pratyahara, samadhi, yama.
  • Anukalana-Yoga अनुकलन (sanscrito): “yoga dell’integrazione”. Stile di yoga sviluppato da Jacopo Ceccarelli, che si adatta alla costituzione e alla personalità di chi lo pratica per essere estremamente efficace, anche in tempi brevi. Tra le caratteristiche dell’Anukalana yoga c’è il fatto di essere fluido e non una disciplina che segue schemi rigidi.
  • Asana आसन (sanscrito): “sedile”. Una postura fisica (vedi anche anga, mudra); il terzo ramo (anga) dell’ottuplice sentiero di Patanjali (astha-anga-yoga); originariamente il termine significava solo posizione di meditazione, ma successivamente, nell’hatha yoga, questo aspetto del sentiero yogico è stato notevolmente sviluppato.
  • Ashrama आश्रम (sanscrito): un eremo; anche uno stadio della vita, come brahmacharya, capofamiglia, abitante della foresta e rinunciatario completo (samnyasin).
  • Ashta-anga-yoga, ashtanga-yoga अष्टाङ्गयोग (sanscrito): “unione degli otto arti”. L’ottuplice yoga di Patanjali, costituito da disciplina morale (yama), autocontrollo (niyama), postura (asana), controllo del respiro (pranayama), inibizione sensoriale (pratyahara), concentrazione (dharana), meditazione (dhyana) ed estasi (samadhi), che portano alla liberazione (kaivalya).
  • Asmita अस्मिता (sanscrito): “Io-sono”. Un concetto dello yoga di Patanjali, più o meno sinonimo di ahamkara.
  • Atman आत्म‍ (sanscrito): il Sé trascendentale, o Spirito, che è eterno e superconscio; la nostra vera natura o identità; a volte viene fatta una distinzione tra l’atman come Sé individuale e il parama-atman come Sé trascendentale; vedi anche purusha.
  • Avadhuta अवधुत (sanscrito): un tipo radicale di rinunciatario (samnyasin) che spesso adotta comportamenti non convenzionali.
  • Avidya अविद्या (sanscrito): “ignoranza”. La causa principale della sofferenza (duhkha); chiamato anche ajnana.
  • Ayurveda, Ayur-veda आयुर्वेद (sanscrito): uno dei sistemi tradizionali di medicina dell’India, l’altro è la medicina Siddha dell’India meridionale.
  • Bandha बन्ध (sanscrito): “legame/schiavitù”. Il fatto che gli esseri umani sono tipicamente legati dall’ignoranza (avidya), che li porta a condurre una vita governata dall’abitudine karmica piuttosto che dalla libertà interiore generata dalla saggezza (vidya, jnana).
  • Bhagavad Gita भगवद्गीता (sanscrito): “La canzone del Signore”. Il più antico libro di yoga a tutti gli effetti trovato incorporato nel Mahabharata e contenente gli insegnamenti sul karma yoga (il percorso dell’azione auto-trascendente), samkhya yoga (il percorso per discernere correttamente i principi dell’esistenza) e bhakti yoga (il sentiero della devozione), come donato dal Dio-uomo Krishna al principe Arjuna sul campo di battaglia 3.500 anni o più fa.
  • Bhagavata-Purana भागवतपुराण (sanscrito): “Antica [tradizione] dei Bhagavata”. Un voluminoso scritto del X secolo considerato sacro dai devoti del Divino nella forma di Vishnu, specialmente nella sua forma incarnata come Krishna; chiamato anche Shrimad-Bhagavata.
  • Bhakta भक्ति (sanscrito): “devoto”. Un discepolo che pratica il bhakti yoga.
  • Bhakti भक्ति (sanscrito): “devozione/amore”. L’amore del bhakta verso il Divino o il guru come manifestazione del Divino; anche l’amore del Divino verso il devoto.
  • Bhakti Yoga भक्ति योग (sanscrito): “Yoga della devozione”. Un ramo importante della tradizione yoga, che utilizza la capacità emotiva di connettersi con la Realtà ultima concepita come Persona suprema (uttama-purusha).
  • Bindu बिन्दु (sanscrito): “seme/punto”. La potenza creativa di qualsiasi cosa in cui tutte le energie sono focalizzate; il punto (chiamato anche tilaka) portato sulla fronte come indicativo del terzo occhio.
  • Bodhi बोधि (sanscrito): “illuminazione”. Lo stato del maestro risvegliato, o buddha.
  • Bodhisattva बोधिसत्त्व (sanscrito): nello yoga buddista Mahayana, l’individuo che, motivato dalla compassione (karuna), si impegna a raggiungere l’illuminazione per il bene di tutti gli altri esseri.
  • Brahma ब्रह्मा (sanscrito): il Creatore dell’universo, il primo principio (tattva) ad emergere dalla Realtà ultima (brahman).
  • Brahmacharya ब्रह्मचर्य (sanscrito): la disciplina della castità, che produce ojas.
  • Brahman ब्रह्मन् (sanscrito): la Realtà ultima (cfr. atman, purusha).
  • Brahmana ब्राह्मणं (sanscrito): un bramino, membro della più alta classe sociale della società tradizionale indiana; anche un primo tipo di testo rituale che spiega i rituali e la mitologia dei quattro Veda; cfr. Aranyaka, Upanishad, Veda.
  • Buddha बुद्ध (sanscrito): una designazione della persona che ha raggiunto l’illuminazione (bodhi) e quindi la libertà interiore; titolo onorifico di Gautama, il fondatore del buddismo, vissuto nel VI secolo a.E.V..
  • Buddhi बुद्धि (sanscrito): la mente superiore, che è la sede della saggezza (vidya, jnana).
  • Chakra चक्र (sanscrito): “ruota”. Letteralmente, la ruota di un carro; metaforicamente, uno dei centri psico-energetici del corpo sottile; nello yoga buddista sono noti cinque di questi centri, mentre nello yoga indù sono spesso citati sette o più di questi centri.
  • Cit चित् (sanscrito): “coscienza”. La Realtà suprema superconscia (vedi atman, brahman).
  • Citta चित्त (sanscrito): “ciò che è cosciente”. Coscienza ordinaria, la mente, contrapposta a cit.

D-F

  • Darshana दर्शन (sanscrito): “vedere”. Visione in senso letterale e metaforico; un sistema filosofico, come lo yoga-darshana di Patanjali.
  • Deva देव (sanscrito): “colui che risplende”. Una divinità maschile, come Shiva, Vishnu o Krishna, nel senso della Realtà ultima o un essere angelico elevato.
  • Devi देवी (sanscrito): “colei che risplende”. Una divinità femminile come Parvati, Lakshmi o Radha, nel senso della Realtà ultima (nel suo polo femminile) o un essere angelico elevato.
  • Dharana धारणा (sanscrito): concentrazione, il sesto stadio (anga) dello yoga di Patanjali.
  • Dharma धर्म (sanscrito): un termine dai numerosi significati; spesso usato nel senso di “legge”, “liceità”, “virtù”, “rettitudine”, “norma”.
  • Dhyana ध्यान (sanscrito): “ideazione”. Meditazione, il settimo stadio (anga) dello yoga di Patanjali.
  • Drishti दृष्टि (sanscrito): sguardo yogico; cfr. darshana.
  • Duhkha दुःख (sanscrito): sofferenza, un fatto fondamentale della vita, causato dall’ignoranza (avidya) della nostra vera natura (cioè il Sé o atman).

G-I

  • Gheranda-Samhita धेरंड संहिता (sanscrito): uno dei tre principali manuali di hatha yoga classico, scritto nel diciassettesimo secolo; cfr. Hatha-Yoga-Pradipika, Shiva-Samhita.
  • Goraksha गोरक्ष (sanscrito): tradizionalmente si dice che sia l’adepto fondatore dell’hatha yoga, un discepolo di Matsyendra.
  • Granthi ग्रन्थि (sanscrito): uno qualsiasi dei tre blocchi comuni nel canale centrale (sushumna-nadi) che impedisce la piena ascesa del potere del serpente (kundalini-shakti); i tre nodi sono conosciuti come brahma-granthi (al centro psicoenergetico più basso del corpo sottile), vishnu-granthi (al cuore) e rudra-granthi (al centro delle sopracciglia).
  • Guna गुण (sanscrito): termine che assume numerosi significati, tra cui “virtù”; spesso si riferisce a una qualsiasi delle tre “qualità” primarie o costituenti della natura (prakriti): tamas (il principio di inerzia), rajas (il principio dinamico) e sattva (il principio di lucidità).
  • Guru गुरु (sanscrito): “colui che è pesante, pesante”: un maestro spirituale; cfr. acarya.
  • Guru-Bhakti गुरुभक्ति (sanscrito): la devozione autotrascendente del discepolo al guru; vedi anche bhakti.
  • Guru-Gita गुरुगीता (sanscrito): un testo in lode del guru, spesso cantato negli ashrama.
  • Guru-Yoga गुरुयोग (sanscrito): un approccio yogico che fa del guru il fulcro della pratica di un discepolo; tutte le forme tradizionali di yoga contengono un forte elemento di guru-yoga.
  • Hamsa हंस (sanscrito): “cigno”. A parte il significato letterale, questo termine si riferisce anche al respiro (prana) mentre si muove all’interno del corpo; la coscienza individuata (jiva) spinta dal respiro; vedere jiva-atman; vedi anche parama-hamsa.
  • Hatha Yoga हठ योग (sanscrito): un ramo importante dello yoga, sviluppato da Goraksha e altri adepti, che sottolinea gli aspetti fisici del percorso trasformativo, in particolare le posture (asana) e le tecniche di purificazione (shodhana), ma anche il controllo del respiro (pranayama).
  • Hatha-Yoga-Pradipika हठयोगप्रदिपिका (sanscrito): “luce sull’Hatha Yoga”. Uno dei tre manuali classici sull’hatha yoga, scritto da Svatmarama Yogendra nel XIV secolo.
  • Hiranyagarbha हिरण्यगर्भ (sanscrito): il mitico fondatore dello yoga; il primo principio cosmologico (tattva) ad emergere dalla Realtà infinita; chiamato anche Brahma.
  • Ida-nadi ईड़ा (sanscrito): la corrente energetica ascendente sul lato sinistro del canale centrale (sushumna nadi), associata al sistema nervoso parasimpatico e che ha un effetto calmante sulla mente quando attivata; cfr. pingala-nadi.
  • Ishvara ईश्वर (sanscrito): il Signore; riferendosi al Creatore (vedi Brahma) o, nello yoga-darshana di Patanjali, a uno speciale Sé trascendentale (purusha).
  • Ishvara-pranidhana ईश्वरप्रणिधान (sanscrito): nello yoga di Patanjali, una delle pratiche di autocontrollo (niyama); vedi anche bhakti yoga.

J-K

  • Jaina जैन (sanscrito): appartenente ai jinas (“conquistatori”), gli adepti liberati del giainismo; un membro del giainismo, la tradizione spirituale fondata da Vardhamana Mahavira, un contemporaneo di Buddha Gautama.
  • Japa जप (sanscrito): “mormorio”. La recitazione dei mantra.
  • Jiva-atman, jivatman जीवात्मन् (sanscrito): la coscienza individuale, in contrapposizione al Sé supremo (parama-atman).
  • Jivan-mukta जीवन्मुक्त (sanscrito): un adepto che, mentre è ancora incarnato, ha ottenuto la liberazione (moksha).
  • Jivan-mukti जीवन्मुक्ति (sanscrito): lo stato di liberazione mentre si è incarnati; cfr. videha-mukti.
  • Jnana ज्ञान (sanscrito): “conoscenza/saggezza”. Sia la conoscenza mondana che la saggezza che trascende il mondo, a seconda del contesto; vedi anche prajna.
  • Jnana-Yoga ज्ञानयोग (sanscrito): “Yoga della saggezza”. Il percorso verso la liberazione basato sulla saggezza, o l’intuizione diretta del Sé trascendentale (atman) attraverso la costante applicazione del discernimento tra il Reale e l’irreale e la rinuncia a ciò che è stato identificato come irreale (o irrilevante per il raggiungimento della liberazione).
  • Kaivalya कैवल्य (sanscrito): lo stato di assoluta libertà dall’esistenza condizionata, come spiegato nell’ashta-anga-yoga; nelle tradizioni non dualistiche (advaita) dell’India, questo è solitamente chiamato moksha o mukti (che significa “liberazione” dalle catene dell’ignoranza, o avidya).
  • Kali कालिका (sanscrito): una Dea che incarna l’aspetto feroce del Divino.
  • Kali-yoga कलियुग (sanscrito): l’età oscura del declino spirituale e morale, che si dice sia attuale; qui kali non si riferisce alla dea Kali, ma al tiro perdente di un dado.
  • Kapila कपिल (sanscrito): un grande saggio, il fondatore quasi mitico della tradizione Samkhya, che si dice abbia composto il Samkhya-Sutra.
  • Karman, karma कर्म (sanscrito): la conseguenza delle proprie azioni; destino.
  • Karma Yoga कर्म योग (sanscrito): “yoga dell’azione”. Il percorso liberatorio dell’azione autotrascendente.
  • Karuna करुणा (sanscrito): compassione universale; nello yoga buddista, è il complemento della saggezza (prajna).
  • Kosha कोश (sanscrito): uno qualsiasi dei cinque “involucri” che circondano il Sé trascendentale (atman) e bloccano così la sua luce: anna-maya-kosha (“involucro di cibo”, il corpo fisico), prana-maya-kosha (“involucro di forza vitale”), mano-maya-kosha (“involucro di mente”), vijnana-maya-kosha (“involucro di coscienza”) e ananda-maya-kosha (“involucro di beatitudine ”); alcune tradizioni più antiche considerano l’ultimo kosha identico al Sé (atman).
  • Krishna कृष्ण (sanscrito): un’incarnazione del Dio Vishnu, il Dio-uomo i cui insegnamenti possono essere trovati nella Bhagavad Gita e nel Bhagavata-Purana.
  • Kumbhaka कुम्भक (sanscrito): ritenzione del respiro.
  • Kundalini कुण्डलिनी (sanscrito): secondo il Tantra e l’hatha yoga, l’energia spirituale che esiste in forma potenziale nel centro psico-energetico più basso del corpo (cioè il primo chakra) e che deve essere risvegliata e guidato al centra della corona (cioè il settimo chakra) affinché avvenga la piena illuminazione.
  • Kundalini-Yoga कुण्डलिनीयोग (sanscrito): il percorso yogico incentrato sul processo del risveglio dell’energia kundalini come mezzo di liberazione.

L-N

  • Laya Yoga लययोग (sanscrito): “yoga della dissoluzione”. Una forma o un processo avanzato di yoga tantrico mediante il quale le energie associate ai vari centri psico-energetici (chakra) del corpo sottile vengono gradualmente dissolte attraverso l’ascesa del potere del serpente (kundalini).
  • Linga लिङ्ग (sanscrito): il fallo come principio di creatività; un simbolo di Dio Shiva.
  • Mahabharata महाभारतम् (sanscrito): uno dei due grandi poemi epici antichi dell’India che racconta la grande guerra tra i Pandava e i Kaurava e funge da deposito di molti insegnamenti spirituali e morali.
  • Mahatma महात्मा (sanscrito): titolo onorifico (che significa qualcosa come “una grande anima”) conferito a individui particolarmente meritori, come Gandhi.
  • Maithuna मैथुन (sanscrito): il rituale sessuale tantrico in cui i partecipanti si vedono rispettivamente come Shiva e Shakti.
  • Manas मनस् (sanscrito): la mente inferiore, che è legata ai sensi e fornisce informazioni (vijnana) piuttosto che saggezza (jnana, vidya).
  • Mandala मण्डल (sanscrito): “cerchio”. Un disegno circolare che simboleggia il cosmo, spesso specifico di una divinità.
  • Mantra मन्त्रम् (sanscrito): un suono o una frase sacra, come om, hum, o om namah shivaya, che ha un effetto trasformativo sulla mente dell’individuo che lo recita.
  • Mantra-Yoga मन्त्रयोग (sanscrito): il percorso yogico che utilizza i mantra come mezzo principale di liberazione.
  • Marman मर्मन् (sanscrito): nell’Ayurveda e nello yoga, un punto vitale del corpo fisico dove l’energia è concentrata o bloccata.
  • Matsyendra मत्स्येन्द्र (sanscrito): uno dei primi maestri tantrici che fondò la scuola Yogini-Kaula ed è ricordato come insegnante di Goraksha.
  • Maya माया (sanscrito): il potere illusorio del mondo; illusione per cui il mondo è visto come separato dall’ultima Realtà singolare (atman).
  • Moksha मोक्ष (sanscrito): la condizione di libertà dall’ignoranza (avidya) e l’effetto vincolante del karma; chiamato anche mukti, kaivalya.
  • Mudra मुद्रा (sanscrito): “sigillo”. Un gesto della mano o un gesto di tutto il corpo.
  • Muni मुनि (sanscrito): un saggio.
  • Nada नाद (sanscrito): “suono”. Il suono interiore, come può essere ascoltato attraverso la pratica del nada yoga o del kundalini yoga.
  • Nada-Yoga नादयोग (sanscrito): “yoga del suono [interiore]”. Lo yoga o processo di produzione e ascolto attento del suono interiore come mezzo di concentrazione e autotrascendenza estatica.
  • Nadi नाडी (sanscrito): uno dei 72.000 o più canali sottili lungo o attraverso i quali circola la forza vitale (prana), di cui i tre più importanti sono ida-nadi, pingala-nadi e sushumna-nadi.
  • Nadi-shodhana नाडिशोधन (sanscrito): la pratica di purificare i canali energetici, soprattutto mediante il controllo del respiro (pranayama).
  • Namastè नमस्ते o Namaskar नमस्कार (sanscrito): un saluto indù formale, senza contatto, per salutare rispettosamente e onorare la persona che si incontra, usato a qualsiasi ora del giorno. Di solito si accompagna namastè con un leggero inchino e le mani giunte, i palmi delle mani che si toccano e le dita rivolte verso l’alto, i pollici vicini al petto. Questo gesto è chiamato añjali mudrā; la posizione eretta che la incorpora è pranamasana.
  • Narada नारद (sanscrito): un grande saggio associato alla musica, che insegnò il bhakti yoga. Gli è attribuita la paternità di uno dei due Bhakti-Sutra.
  • Natha नाथ (sanscrito): appellativo di molti maestri di yoga dell’India settentrionale, in particolare adepti della scuola Kanphata (“orecchio diviso”) presumibilmente fondata da Goraksha.
  • Neti-neti नेति नेति (sanscrito): “non così, non così”. Un’espressione upanishadica intesa a trasmettere che la Realtà ultima non è né questa né quella, cioè è al di là di ogni descrizione.
  • Nirodha निरोध (sanscrito): nello yoga di Patanjali, la base stessa del processo di concentrazione, meditazione ed estasi; in primo luogo la restrizione dei “vortici della mente” (citta-vritti).
  • Niyama नियम (sanscrito): la seconda parte dell’ottuplice sentiero di Patanjali, che consiste in purezza (saucha), contentezza (samtosha), austerità (tapas), studio (svadhyaya) e dedizione al Signore (ishvara- pranidhana).
  • Nyasa न्यास (sanscrito): la pratica tantrica di infondere forza vitale (prana) in varie parti del corpo toccando o pensando alla rispettiva area fisica.

O-S

  • Ojas ओजस् (sanscrito): l’energia sottile prodotta attraverso la pratica, in particolare attraverso la disciplina della castità (brahmacharya).
  • Om ॐ (sanscrito): il mantra originale che simboleggia la Realtà ultima.
  • Paramatman परमात्मन् (sanscrito): “sé supremo”. Il Sé trascendentale, che è singolare, in opposizione al sé individuale (jiva-atman) che esiste in numero infinito sotto forma di esseri viventi.
  • Paramahansa परमहंस (sanscrito): titolo onorifico dato a grandi adepti, come Ramakrishna e Yogananda.
  • Patanjali पतञ्जलि (sanscrito): compilatore dello Yoga Sutra, che visse c. 150 E.V.
  • Pingala-nadi पिङ्गल (sanscrito): il canale energetico ascendente sul lato destro del canale centrale (sushumna-nadi), associato al sistema nervoso simpatico e che ha un effetto energizzante sulla mente quando attivato.
  • Prajna प्रज्ञ (sanscrito): “saggezza”. L’opposto dell’ignoranza spirituale (ajnana, avidya); uno dei due mezzi di liberazione nello yoga buddista, l’altro è la compassione (karuna).
  • Prakriti प्रकृ्ति (sanscrito): “creatrice”. La natura, che è multilivello e, secondo lo yoga-darshana di Patanjali, consiste in una dimensione eterna (chiamata pradhana o “fondazione”), in livelli di esistenza sottile (chiamati sukshma-parvan) e nel regno fisico (chiamato sthula-parvan); tutta la natura è considerata inconscia (acit), e quindi è vista come in opposizione al Sé o Spirito trascendentale (purusha).
  • Prana प्राण (sanscrito): “vita/respiro”. La vita in generale; la forza vitale che sostiene il corpo; il respiro come manifestazione esterna della sottile forza vitale.
  • Pranayama प्राणायाम (sanscrito): controllo del respiro, il quarto ramo (anga) del sentiero di Patanjali.
  • Prasada प्रासाद (sanscrito): grazia divina; chiarezza mentale.
  • Pratyahara प्रत्याहार (sanscrito): inibizione sensoriale, il quinto ramo (anga) dell’ottuplice sentiero di Patanjali.
  • Puja पूजा (sanscrito): adorazione rituale, che è un aspetto importante di molte forme di yoga, in particolare il bhakti yoga e il Tantra.
  • Puraka पुरक (sanscrito): inspirazione, un aspetto del controllo del respiro (pranayama).
  • Purana पुराण (sanscrito): un tipo di enciclopedia popolare che si occupa di genealogia, cosmologia, filosofia e rituali reali; ci sono diciotto opere maggiori e molte altre minori di questa natura.
  • Purusha पुरुष (sanscrito): il Sé trascendentale (atman) o Spirito, una designazione usata principalmente nel Samkhya e nello yoga-darshana di Patanjali.
  • Radha राधा (sanscrito): la sposa del Dio-uomo Krishna; un nome della Madre divina.
  • Raja-Yoga राजयोग (sanscrito): una designazione tardo medievale dell’ottuplice yoga-darshana di Patanjali, noto anche come yoga classico.
  • Rama राम (sanscrito): un’incarnazione di Dio Vishnu che precede Krishna; il principale eroe del Ramayana.
  • Ramayana रामायणम् (sanscrito): uno dei due grandi poemi epici nazionali indiani che raccontano la storia di Rama.
  • Recaka रेचक (sanscrito): espirazione, un aspetto del controllo del respiro (pranayama).
  • Rishi ऋषि (sanscrito): una categoria di saggi vedici; un titolo onorifico di alcuni maestri venerati, come il saggio dell’India meridionale Ramana, noto come Maharshi (da maha che significa “grande” e rishi).
  • Sadhana साधना (sanscrito): “realizzazione”. Disciplina spirituale che porta alla siddhi (“perfezione” o “realizzazione”); il termine è usato specificamente nel Tantra.
  • Sahaja सहज (sanscrito): un termine medievale che denota il fatto che la Realtà trascendentale e la realtà empirica non sono veramente separate ma coesistono, o che quest’ultima che è un aspetto o una percezione errata della prima; lo stato sahaja è la condizione naturale, cioè l’illuminazione o realizzazione.
  • Samadhi समाधि (sanscrito): lo stato estatico in cui il meditante diventa tutt’uno con l’oggetto della meditazione, l’ottavo e ultimo ramo (anga) dell’ottuplice sentiero di Patanjali.
  • Samata समता (sanscrito): la condizione mentale di armonia, equilibrio.
  • Samkhya सांख्य (sanscrito): una delle principali tradizioni dell’induismo, che si occupa della classificazione dei principi (tattva) dell’esistenza e del loro giusto discernimento per distinguere tra Spirito (purusha) e vari aspetti della Natura (prakriti); questo influente sistema nacque dall’antica tradizione (pre-buddista) Samkhya-Yoga e fu codificato nel Samkhya-Karika di Ishvara Krishna (350 d.C. circa).
  • Samnyasa संन्यास (sanscrito): lo stato di rinuncia, che è il quarto e ultimo stadio della vita (vedi ashrama) e consiste principalmente in un allontanamento interiore da ciò che è inteso come finito e secondariamente in un abbandono esterno.
  • Samnyasin संन्यासिन् (sanscrito): un rinunciante.
  • Samsara संसार (sanscrito): il mondo finito del cambiamento, in opposizione alla Realtà ultima (brahman o nirvana).
  • Samskara संस्कार (sanscrito): l’impressione subconscia lasciata da ogni atto di volontà, che, a sua volta, porta a una rinnovata attività psicomentale; gli innumerevoli samskara nascosti nelle profondità della mente vengono infine eliminati solo in samadhi.
  • Samyama संयम (sanscrito): la pratica combinata di concentrazione (dharana), meditazione (dhyana) ed estasi (samadhi) rispetto allo stesso oggetto.
  • Sat सत् (sanscrito): la Realtà ultima (atman o brahman).
  • Sat-sanga सत्सङ्ग (sanscrito): la pratica di frequentare la buona compagnia di santi, saggi, adepti autorealizzati e loro discepoli, in compagnia dei quali la Realtà ultima può essere percepita in modo più palpabile.
  • Satya सत्य (sanscrito): verità, una designazione della Realtà ultima; anche la pratica della verità, che è un aspetto della disciplina morale (yama).
  • Shakti शक्ति (sanscrito): “potere”. La Realtà ultima nel suo aspetto femminile. Anche il processo di iniziazione, o battesimo spirituale, mediante la trasmissione benigna di un adepto avanzato o addirittura illuminato (siddha), che risveglia la shakti all’interno di un discepolo, dando così inizio o potenziando il processo di liberazione.
  • Shankara शङ्कर (sanscrito): l’adepto dell’VIII secolo che fu il più grande sostenitore del non dualismo (Advaita Vedanta) e la cui scuola filosofica fu probabilmente responsabile del declino del buddismo in India.
  • Shishya शिष्य (sanscrito): il discepolo iniziato di un guru.
  • Shiva शिव (sanscrito): il Divino; una divinità che ha servito gli yogin come modello archetipico nel corso dei secoli.
  • Shiva-Sutra शिवसूत्र (sanscrito): come lo Yoga Sutra di Patanjali, un’opera classica sullo yoga, scritta da Vasugupta (IX secolo d.C.).
  • Shodhana शोधन (sanscrito): “pulizia/purificazione”. Un aspetto fondamentale di tutti i percorsi yogici; una categoria di pratiche di purificazione nell’hatha yoga.
  • Shraddha श्रद्धा (sanscrito): una fede essenziale sul sentiero yogico, che deve essere distinta dalla mera credenza.
  • Shuddhi शुद्धि (sanscrito): lo stato di purezza; sinonimo di shodhana.
  • Siddha सिद्ध (sanscrito): “compiuto”. Un adepto, spesso del Tantra; se completamente realizzato in Sé, viene spesso usata la designazione maha-siddha o “grande adepto”.
  • Siddha-Yoga सिद्धयोग (sanscrito): “yoga degli adepti”. Una designazione applicata soprattutto allo yoga dello Shaivismo del Kashmir, come insegnato da Swami Muktananda (XX secolo).
  • Siddhi सिद्धि (sanscrito): perfezione spirituale, il raggiungimento di un’identità impeccabile con la Realtà ultima (atman o brahman); capacità paranormali, di cui la tradizione yoga conosce molti tipi.
  • Spanda स्पन्द (sanscrito): un concetto chiave dello Shaivismo del Kashmir, secondo il quale la Realtà ultima stessa “trema”, cioè è intrinsecamente creativa piuttosto che statica (come concepito nell’Advaita Vedanta).
  • Sushumna-nadi सुषुम्णा (sanscrito): il canale energetico centrale del prana lungo il quale il potere del serpente (kundalini-shakti) deve ascendere verso il centro psicoenergetico (chakra) sulla sommità del capo per ottenere la liberazione (moksha).
  • Sutra सूत्र (sanscrito): “filo”. Un’affermazione aforistica; un’opera composta da affermazioni aforistiche, come lo Yoga Sutra di Patanjali o lo Shiva-Sutra di Vasugupta.
  • Svadhyaya स्वाध्याय (sanscrito): lo studio, un aspetto importante del percorso yogico, elencato tra le pratiche di autocontrollo (niyama) nell’ottuplice yoga di Patanjali; la recitazione dei mantra (vedi anche japa).

T-U

  • Tantra तन्त्र, (sanscrito): “telaio”. Un tipo di opera sanscrita contenente insegnamenti tantrici; la tradizione del tantrismo, che si concentra sul lato shakti della vita spirituale e che ebbe origine nella prima era post-cristiana e raggiunse le sue caratteristiche classiche intorno al 1000 E.V.; Il tantrismo ha un ramo “di destra” (dakshina) o conservatore e un ramo “di sinistra” (vama) o non convenzionale/antinomiano, con quest’ultimo che utilizza, tra le altre cose, rituali sessuali.
  • Tapas तपस् (sanscrito): “bagliore/calore”. Austerità, penitenza, che è un ingrediente di tutti gli approcci yogici, poiché implicano tutti l’autotrascendenza.
  • Tattva तत्त्व (sanscrito): un fatto o una realtà; una particolare categoria di esistenza come ahamkara, buddhi, manas; la Realtà ultima (vedi anche atman, brahman).
  • Turiya तुरीय (sanscrito): la Realtà trascendentale, che supera i tre stati convenzionali di coscienza, cioè veglia, sonno e sogno.
  • Upanishad उपनिषद् (sanscrito): un tipo di scrittura che rappresenta la parte conclusiva della letteratura rivelata dell’induismo, da cui la designazione Vedanta per gli insegnamenti di queste opere sacre.
  • Upaya उपाय (sanscrito): “mezzi”. Nello yoga buddista, la pratica della compassione (karuna).

V-Z

  • Vairagya वैराग्य (sanscrito): rinuncia, in particolare rinuncia ai dolori e ai piaceri del mondo materiale temporaneo. Vairāgya è un mezzo per ottenere moksha.
  • Yoga योग (sanscrito): dalla radice sanscrita “Yuj” (युज्), “unire” o “unione”. Disciplina millenaria che porta all’unione della coscienza individuale con la coscienza universale, generando una perfetta armonia tra mente e corpo e tra uomo e natura.

Termini legati al taoismo

taoismo

A-C

  • Bagua 八卦 (cinese): gli otto trigrammi; la base dello schema divinatorio nel Libro dei Mutamenti (Yijing).
  • Baguazhang 八卦掌 (cinese): “il palmo degli Otto Trigrammi”; una delle principali forme di arti marziali della tradizione Wudang.
  • Bianhua 变化 (cinese): trasformazione; il principio alla base del cambiamento nel mondo.
  • Bigu 辟谷 (cinese): una tecnica di digiuno taoista associata al raggiungimento della trascendenza e dell’immortalità.
  • Bugang 步罡 (cinese): un rituale taoista i cui movimenti sono basati sull’Orsa Maggiore.
  • Chujia 出家 (cinese): lett. “lasciare casa”; il processo per diventare un monaco taoista.

D-F

  • Damo 達摩 (cinese): Bodhidharma; il saggio buddista indiano noto come il fondatore della tradizione Shaolin delle arti marziali.
  • Dantian 丹田 (cinese): una delle tre posizioni principali del corpo utilizzate nella pratica dell’alchimia interiore (neidan).
  • Dao o Tao 道 (cinese): lett. “la via”. Il principio cosmico nel taoismo.
  • Daodejing o Tao Te Ching 道德经 (cinese): testo principale del taoismo, attribuito a Laozi (Lao Tzu).
  • Taoismo 道教 (cinese): Una delle tre principali tradizioni religiose della Cina, composta da pratiche e filosofie che affrontano il rapporto con il Tao.
  • Daotan 道壇 (cinese): altare taoista; spesso eretto temporaneamente per eseguire un rituale e poi smontato.
  • De 德 (cinese): lett. “potere” o “virtù”; ciò che si ottiene raggiungendo il Tao.
  • Feng shui 風水 (cinese): un’antica pratica tradizionale cinese che utilizza le forze energetiche per armonizzare gli individui con l’ambiente circostante.

G-I

  • Hun 魂 (cinese): anima celeste; uno dei Cinque Shen; l’anima/spirito che risiede nel Fegato, e alla morte ascende al cielo ed è venerata sotto forma di tavolette ancestrali.
  • Hundun 混沌 (cinese): caos; lo stato di non essere da cui tutto nasce e al quale i taoisti mirano a tornare.

J-K

  • Jiao 焦 (cinese): rituale di rinnovamento taoista; il principale rituale eseguito oggi dai sacerdoti taoisti.
  • Jing 精 (cinese): essenza; insieme a qì e shén, è considerato uno dei Tre Tesori (Sanbao 三寶) della medicina tradizionale cinese.

L-N

  • Laozi o Lao-tzu 老子 (cinese): “Vecchio Maestro” o “Vecchio Bambino”; l’autore tradizionale del Daodejing (Tao Te Ching).
  • Loupan 羅盤 (cinese): bussola cinese; lo strumento principale della pratica del Feng shui.
  • Ming 名 (cinese): fato, destino, vita; l’elemento fisiologico della propria persona nella coltivazione della Perfezione Completa.
  • Neidan 內丹术 (cinese): alchimia interiore.

O-S

  • Po 魄 (cinese): anima terrena; uno dei Cinque Shen; l’anima/spirito che risiede nei Polmoni, e al momento della morte discende nella terra.
  • Qi 气 (cinese): respiro, energia vitale, pneuma; forza vitale.
  • Qigong 气功 (cinese): coltivazione della forza vitale; pratiche energetiche con radici nell’antichità, che divennero popolari nel XIX secolo.
  • Qingjing 清静经 (cinese): purezza e quiete; gli obiettivi della meditazione nella Via della Perfezione Completa.
  • Quanzhen 全眞 (cinese): perfezione Completa; Realtà totale; il movimento monastico taoista fondato da Wang Zhe.
  • Shangqing 上清 (cinese): massima Chiarezza, Suprema Purezza; il movimento taoista classico.

T-U

  • Taiji 太极 (cinese): il centro dei cieli; il principio metafisico fondamentale.
  • Taijiquan 太極拳 (cinese): una forma pratica principale della tradizione Wudang.
  • Taiqing 太清 (cinese): Grande Chiarezza; un movimento alchemico taoista.
  • Tian shi 天師 (cinese): maestro celeste; un titolo conferito a Zhang Daoling e ai suoi discendenti; la prima comunità religiosa taoista.

V-Z

  • Wu wei 無為 (cinese): lett. “non azione”; azione senza azione; azione non assertiva; azione non volontaria.
  • Xianren 仙人 (cinese): essere immortale, trascendente; talvolta tradotto nella letteratura popolare come “fata” o “mago”.
  • Xin 心 (cinese): cuore, mente; la sede della personalità e l’oggetto dell’auto-coltivazione confuciana e taoista.
  • Xing 性 (cinese): natura interiore; l’elemento psicologico della propria persona nella coltivazione della Perfezione Completa.
  • Yang 陽 (cinese): soleggiato; il complemento di yin
  • Yijing o I Ching 易經 (cinese): il libro dei cambiamenti; un testo cinese conosciuto in occidente principalmente come sistema di divinazione.
  • Yin 陰 (cinese): ombroso; il complemento di yang.
  • Zhengyi Dao 正一道(cinese): unità ortodossa; il ramo del Taoismo fondato dal Maestro Celeste; una delle due filiali ufficialmente riconosciute oggi in Cina.
  • Zhenren 真人 (cinese): persona perfezionata; un saggio taoista.
  • Zhonghe 中和 (cinese): armonia centrale; lo stato ideale raggiunto sulla Via della Grande Pace.
  • Zhuangzi 庄子 (cinese): saggio taoista noto per le sue parabole aneddotiche e giocose, usate come insegnamenti.
  • Ziran 自然 (cinese): spontaneo, naturale; il principio fondamentale che il Tao segue nella sua evoluzione; e il valore fondamentale del taoismo.

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